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Questo articolo è stato pubblicato il 27 giugno 2014 alle ore 07:09.
L'ultima modifica è del 27 giugno 2014 alle ore 16:15.

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Il mantra di Solvency II per le compagnie assicurative è chiaro: «bisogna vendere meno prodotti garantiti». Ciononostante la raccolta Vita, in crescita del 50% rispetto all'anno precedente, premia ancora le polizze tradizionali rivalutabili. Nei primi quattro mesi dell'anno dei 30 miliardi di euro raccolti, ben 25 miliardi (pari all'80%) sono finiti nelle gestioni separate, grandi salvadanai a cui sono collegate le prestazioni delle polizze di ramo I.

Si tratta di prodotti tradizionali che alla garanzia del capitale (al netto dei costi) associano talvolta un rendimento minimo garantito. Di anno in anno i capitali investiti vengono poi rivalutati in base al rendimento ottenuto dalla gestione separata. In media le gestioni hanno offerto rendimenti lordi del 4% nel 2013. La ciliegina sulla torta, che ne facilita la vendita, è la fiscalità: le polizze ramo I non pagano il bollo (unici investimenti a dribblarlo, insieme ai fondi pensione e ai fondi sanitari) e i rendimenti dei loro loro attivi, essendo in buona parte composti da titoli di stato e white list, vengono tassati al 12,5%, un bel vantaggio rispetto alla nuova aliquota del 26% in vigore dal 1° luglio sugli altri investimenti.

Ma essendo prodotti molto tutelanti per i risparmiatori essi diventano, soprattutto considerando l'elevato assorbimento di capitale richiesto dalle nuove regole di Solvency II, molto onerosi da gestire per le compagnie. «In un contesto prolungato di bassi tassi di interesse, come sembra prospettarsi, i tradizionali prodotti assicurativi con garanzia di rendimento continueranno ad avere un significativo appeal, anche fiscale, presso la clientela –, sottolinea anche Stefano Frazzoni di Prometeia –. Ma la domanda vera è se, e soprattutto a quale costo (in termini di assorbimento di capitale), le compagnie riusciranno a sostenere in prospettiva questi impegni di rendimento? Probabilmente ci troveremo di fronte ad un'offerta assicurativa che tenderà a contenere il più possibile gli impegni, sia limitandoli sui prodotti tradizionali, sia soprattutto cercando di convogliare la domanda verso prodotti a minore impatto (prodotti multiramo e ramo III)», continua Frazzoni.

Da qui la necessità per molti gruppi di diversificare con prodotti a rischio aperto per i risparmiatori come le unit linked che, guardando bene nei dati di raccolta, ricominciano a recuperare (+17% nei primi quattro mesi dell'anno rispetto all'analogo periodo del 2013). Si tratta di polizze agganciate a fondi, molto in voga negli anni 2000, che investono in azioni, obbligazioni e che espongono l'assicurato al rischio dei mercati. Dopo le crisi è cominciato il loro declino e, più di recente, la proposta si è rivelata una prerogativa dei promotori finanziari come quelli di Banca Fideuram e di Azimut con Az Life. Tra le più avanti in questa strategia ci sono anche Unicredit tra le banche e Allianz tra le compagnie assicurative: della raccolta totale Vita 2013 del gruppo tedesco, pari a 8,43 miliardi (comprendendo Creditras, la joint venture con Unicredit), le unit-linked hanno inciso per il 64,3%, contro una media di mercato del 28,7%.

Ma l'offensiva che stanno mettendo a punto molti competitor potrebbe fare cambiare nel tempo i numeri e gli equilibri di mercato. Le strategie commerciali messe in atto sono diverse. Generali punta sulla polizza multiramo Valore futuro che abbina ramo I (gestioni tradizionali, come Gesav) alle unit. Il vento sta cambiando anche in casa IntesaSanpaolo, leader di mercato nel Vita nel 2013, per il gruppo il ramo I, con nuove polizze, però, sprovviste di rendimento minimo garantito, incide ancora molto (circa il 75%). Ora la banca sta iniziando a offrire Prospettiva 2.0, una unit innovativa con 21 comparti lanciata a marzo. L'idea, in questo caso, è di incentivare la sottoscrizione attraverso il co-investimento: ogni 100 euro messi dal cliente su due comparti specifici (Investi con me attivo forte e Investi con me obbligazionario fessibile) il gruppo ne investirà 10, fino a un massimo di 250 milioni per ogni fondo con l'obbligo di permanenza di almeno cinque anni. «Abbiamo scelto di farlo per testimoniare la nostra convinzione nelle potenzialità del prodotto – spiega Massimo Camusso, Ceo di Intesa Sanpaolo Life –. Ci mettiamo la faccia ma anche il portafoglio, realizzando concretamente l'allineamento ideale di interessi tra cliente e gestore». L'iniziativa sta andando bene: i volumi della raccolta unit sono triplicati dal lancio avvenuto a marzo.
Il match tra le irresistibili "rivalutabili" e le unit è ancora aperto. Non è detto che i risparmiatori, e il personale commerciale, siano pronti dopo le delusioni del passato a rinunciare a quelle seppur minime garanzie del vita tradizionale che è anche agevolato dal Fisco.

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