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Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2014 alle ore 15:00.
L'ultima modifica è del 30 novembre 2014 alle ore 18:33.

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Tra i due litiganti il terzo gode. Mentre Paesi arabi e Stati Uniti combattono la guerra del petrolio, con l'Opec che cerca di tenere basso il prezzo del barile per tagliare le gambe alla concorrenza statunitense dello “shale oil”, a guadagnarci veramente potrebbe essere l'Europa. Perché il ribasso dell'oro nero, sceso sotto i 70 dollari al barile, ha un duplice effetto positivo per il Vecchio continente. Da un lato abbassa l'inflazione “importata”, rendendo sempre più probabile un intervento espansivo della Banca centrale europea. Dall'altro favorisce indirettamente la crescita economica: calcolano gli economisti di Intesa Sanpaolo che ogni 10 dollari di ribasso strutturale del prezzo del barile si traduce in un incremento del Pil italiano dello 0,3% annuo.

Morale: dato che il piano Junker per favorire gli investimenti nasce senza fondi veri, dato che le manovre della Bce sono tutt'ora piene di incognite e dato che la legge di Stabilità italiana resta sotto l'occhio vigile e poco flessibile di Bruxelles, una spintarella al nostro zoppicante Pil potrebbe arrivare da un inaspettato alleato. Cioè il petrolio. Ciò che l'Europa non riesce a fare per sostenere la crescita, insomma, può forse farlo la guerra globale dell'oro nero.

Il ribasso delle quotazioni del greggio, come detto, ha due effetti: uno sul caro-vita e uno sul Pil. Dato che la Banca centrale europea ha l'obiettivo di riportare l'inflazione generale vicina al 2%, se salisse il prezzo delle materie prime per l'Europa sarebbe un vero e proprio colpo di grazia: perché l'inflazione aumenterebbe per un motivo internazionale e non grazie alla ripresa dei consumi interni. L'Europa deve invece stimolare l'inflazione come conseguenza di una ripresa dei consumi, non come effetto indesiderato del rincaro delle materie prime. Per fortuna il contesto internazionale sta andando nella direzione giusta: il calo del petrolio, ma in generale di tante materie prime, tiene infatti bassa l'inflazione “importata”. Quella più cattiva. Quella più odiosa, che tra l'altro legherebbe le mani alla Bce.

Questo ha almeno tre conseguenze positive per l'Europa e l'Italia. Uno: dà un sollievo a consumatori ed imprese energivore. È vero che i benefici sono lenti ad arrivare, come dimostra la discesa minima del prezzo della benzina. Ma, seppur mitigati, i benefici si iniziano a sentire. Due: il ribasso del petrolio (che si compra in dollari) mitiga gli effetti collaterali dell'indebolimento dell'euro. Tre: rende più probabile il “quantitative easing” della Banca centrale europea e, in generale, le politiche espansive delle banche centrali. “Ci aspettiamo che il ribasso del petrolio accentui le pressioni al ribasso sull'inflazione globale - scrivono gli economisti di Barclays -. Questo dovrebbe favorire ulteriormente l'impostazione accomodante delle banche centrali nel mondo”. Bce inclusa.

Ma la guerra del petrolio ha un effetto ancora più importante: sostiene la crescita economica europea. Sulla base delle importazioni nette di greggio nel 2013, calcola l'economista di Intesa Sanpaolo Luca Mezzomo che un ribasso strutturale di 10 dollari del barile ha l'effetto di una “spintarella” al Pil. Per Italia, Francia e Germania quei 10 dollari in meno si traducono - secondo i suoi calcoli - in un aumento del Pil annuo nell'ordine dello 0,3%. Per Spagna e Olanda, che importano proporzionalmente più petrolio, il beneficio è ancora maggiore: tra lo 0,4% e lo 0,5%.

A questo aiuto si somma poi al sostegno al Pil che arriva dalla debolezza dell'euro. Negli Usa finisce infatti il 7,4% delle esportazioni italiane: il ribasso dell'euro sul dollaro (sceso dal massimo di 1,39 di marzo all'attuale 1,24) si traduce dunque in uno stimolo per l'export e per la crescita. Calcola Paolo Mameli di Intesa Sanpaolo, che se il cambio euro-dollaro si congelasse sui livelli attuali, nel 2015 l'Italia potrebbe registrare una crescita aggiuntiva del Pil pari allo 0,7%. Sommato al beneficio del petrolio debole, si tratta di un aiuto non indifferente. Non è merito dell'Europa, certo. Ma - una volta tanto - il Vecchio continente gode per i litigi altrui.

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