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Questo articolo è stato pubblicato il 09 dicembre 2014 alle ore 07:14.
L'ultima modifica è del 09 dicembre 2014 alle ore 07:31.

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I governi di mezzo mondo stanno rifacendo i conti dopo il precipitoso e inaspettato ribasso delle quotazioni del petrolio, che rischia di far saltare i bilanci degli Stati più dipendenti dall'oro nero. Solo pochi mesi fa nessuno si sarebbe aspettato di veder crollare il greggio sotto 70 dollari al barile: il calo è di quasi il 40% rispetto ai picchi di giugno. E per il momento non si riesce ad intravvedere la fine dei ribassi.

Un problema serio, che ha già spinto alcuni Paesi a stracciare le leggi di bilancio per il prossimo anno – in alcuni casi appena redatte – per stilarne di nuove. Ma non tutti sono stati altrettanto prudenti. Esponendosi al rischio di non riuscire a finanziare le spese previste, nel caso in cui le scommesse si rivelassero troppo ottimiste.

«Formica» Nigeria
Tra le “formiche” c'è la Nigeria, che ha appena rielaborato il budget tagliando da 73 a 65 dollari la previsione di prezzo del greggio per il 2015: una cifra molto più bassa degli $80 tuttora indicati dagli analisti di molte grandi banche. Molto cauti anche il Venezuela, che ha adottato quota $60 e avviato una “spending review” per capire quali spese sarà in grado di tagliare. I ministri si sono già decurtati lo stipendio in Iraq, dove si sta ora rifacendo in tutta fretta la finanziaria, già pronta in bozza, per abbassare ulteriormente la previsione sul prezzo del barile, che era a $70.

Sauditi in deficit
Persino l'Arabia Saudita – forte di 745 miliardi di dollari di riserve valutarie – ha qualche difficoltà: nel 2015, per la prima volta dalla recessione globale, il bilancio rischia di finire in deficit e Riyadh potrebbe dover ridurre le spese, cosa che non aveva più fatto dal 2002. Alcuni economisti sauditi, secondo Arab News, consigliano al governo di adottare per il budget un prezzo del greggio di $45-50.
A dover fare i conti con il crollo del petrolio non sono soltanto i Paesi Opec. Ma tra i Paesi esterni all'Organizzazione prevalgono finora di gran lunga le “cicale”. La Russia insiste nel prevedere il greggio a 100 dollari, mentre la Norvegia per ora si rifiuta di riscrivere la Finanziaria: non possiamo farlo ad ogni shock dei prezzi, ha detto il ministro delle Finanze Siv Jensensaid all'indomani del vertice Opec.

Negli Usa prevale l’effetto virtuoso
E gli Stati Uniti, epicentro del terremoto sui prezzi per il boom dello shale oil? Sull'economia americana l'impatto di prezzi del petrolio sotto $70 ha effetti diversificati. Barclays stima che gli investimenti in greggio siano l'1% del Pil, ma i consumi sono il 68,5 per cento. Dovrebbe dunque prevalere un “effetto virtuoso” del risparmio sul costo di benzina e gasolio per la crescita e le entrate nelle casse pubbliche: più mezzo punto percentuale nel Pil del quarto trimestre, 70 miliardi in maggior spesa l'anno prossimo. Tra novembre e dicembre, prezzi della benzina sotto i $3 al gallone faranno risparmiare alle famiglie, che bruciano un miliardo al giorno in carburante, oltre 8 miliardi stando all'Oil Price Information Service.

I «petro-stati» americani
Alcuni Stati Usa sono però veri e propri «petro-states», con una dipendenza dal petrolio paragonabile ai paesi del Golfo Persico. È il caso dell'Alaska, con metà dell'intero budget (13,5 miliardi) e il 90% delle spese discrezionali (6,5 miliardi, scuole comprese) coperto dalle entrate da greggio. Il suo bilancio prevedeva un prezzo di 106,61 $/barile quest'anno e 105 il prossimo. Ora il deficit potrebbe salire a 3 miliardi nell'anno fiscale a giugno 2015 e Moody's ha messo in guardia da un impatto negativo sulla solidità creditizia dello stato.
Anche il North Dakota, secondo produttore americano e patria dello shale oil, scommette su un continuo boom della sua produzione e dei prezzi: ha previsto per i prossimi due anni un aumento del 23% delle entrate fiscali legate al greggio, a 8,32 miliardi. E' convinto che la sua produzione aumenterà del 15% entro giugno 2017 a 1,4 milioni di barili al giorno e che il petrolio costerà $74-78 l'anno prossimo e $79-82 il successivo. Il suo budget conta però solo per il 6% sul greggio.
Sia North Dakota che Alaska possono far leva su riserve straordinarie per casi di crisi: i 26 miliardi dell'Alaska sono pari a tre volte le entrate del 2013, I 2,5 miliardi del North Dakota pari al 78% delle entrate. Entrambi rischiano tuttavia di dover effettuare tagli di spesa per ottenere pareggi di bilancio prescritti per legge. Buchi nelle entrate si sono aperti anche il Louisiana, che per sanarli è appena ricorsa al collocamento di bond da 200 milioni.
In Texas, il maggior stato produttore con 3,1 milioni di barili al giorno, le ripercussioni sono invece meno rischiose grazie alla diversificazione dell'economia: la Fed di Dallas ha stimato che il barile sotto $70 potrebbe eliminare 15.000 posti di lavoro nell'estrazione ma crearne almeno altrettanti in settori legati ai consumi, ai trasporti e anche alla raffinazione.
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