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Questo articolo è stato pubblicato il 06 agosto 2015 alle ore 06:39.

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Mediobanca avanza sulla realizzazione del piano industriale con un’acquisizione che segna lo sbarco della merchant bank milanese nel settore dell’alternative asset management. Dopo una trattativa durata mesi, martedì l’istituto guidato da Alberto Nagel ha firmato per rilevare il 51% di Cairn Capital, una società indipendente basata a Londra (e con una recente filiazione negli Stati Uniti) che offre a una clientela di investitori istituzionali un range completo di servizi nel credito, inclusa la gestione di asset, l’advisory collegato e la consulenza per finanziamenti e ristrutturazione del debito negli investimenti immobiliari.

Cairn è stata fondata nel 2004 da un gruppo di professionisti tra cui Tim Frost, non executive director della Bank of England. In sostanza, una boutique specializzata, passata senza danni attraverso la crisi finanziaria innescata dal fallimento Lehman che oggi, con una sessantina di dipendenti, ha 13 miliardi di euro di asset sotto gestione o consulenza. A vendere i soci finanziari, tra cui Royal Bank of Scotland che si sta concentrando sul suo core business e uscirà completamente dal capitale, mentre Mediobanca otterrà una call per rilevare, a partire dal terzo anno, anche il restante 49% che è in mano prevalentemente al management. Non sarebbe però intenzione di Piazzetta Cuccia di esercitare integralmente l’opzione per mantenere il management, che gode di un’ottima reputazione, impegnato sullo sviluppo del business.

I termini finanziari dell’operazione non sono stati resi noti, ma Cairn, che incassa commissioni annue intorno ai 40 milioni, dovrebbe essere stata pagata da Mediobanca una volta in proporzione della quota rilevata, dunque poco più di 20 milioni per il primo 51%. Il valore strategico dell’acquisizione prescinde però dall’entità dell’esborso, dal momento che per Mediobanca di tratta del primo tassello sul quale costruire una presenza nell’asset management.

In conference con gli analisti, l’ad Alberto Nagel ha spiegato appunto che l’acquisizione di Cairn Capital è «solo un primo passo» nella costruzione di un polo nell’alternative asset management, cui ne seguiranno altri «nei prossimi mesi». Mediobanca cioè continuerà a crescere nel settore acquisendo società che «assorbono poco capitale, ma generano un importante flusso di commissioni».

Da spendere c’è ancora la carta del 3% di Generali da dismettere che, teoricamente anche tramite scambio azionario, potrebbe essere utilizzata da Mediobanca o per espandersi nell’asset management negli Usa o per effettuare un’acquisizione in Italia nella componente retail della gestione di patrimoni. Così come è oggi, Cairn Capital contribuirebbe all’8% delle commissioni di Mediobanca, senza contare le “sinergie virtuali” per il core business dell’investment banking derivanti dai rapporti consolidati con una clientela istituzionale qualificata, dall’osservatorio privilegiato della piazza finanziaria londinese. La sede londinese di Mediobanca, che conta già 150 dipendenti, con il nuovo ingresso totalizzerà quasi un terzo dell’organico della banca.

Dunque, avanza la realizzazione del piano industriale che arriverà a compimento con l’esercizio in corso che chiude il 30 giugno dell’anno prossimo. Nelle attività retail i target sono già stati raggiunti con un anno di anticipo, l’attività di corporate e investment banking viaggia in linea con piano, mentre nel comparto delle partecipazioni, con 1,1 miliardi di dismissioni già realizzate, manca ancora un altro miliardo per arrivare all’obiettivo, tranquillamente centrabile con la cessione in Opa della quota Pirelli (valore di carico di 217 milioni per il 3%) e del 3% di Generali (3,3 miliardi il book value dell’intera partecipazione, pari al 13,24%).

Nel frattempo Mediobanca ha archiviato un esercizio record, chiuso per la prima volta con ricavi oltre la soglia dei 2 miliardi (+12% a 2,045 miliardi). L’utile netto di gruppo è balzato del 27% a 590 milioni con un Roe in crescita al 7,3%, cosa che permetterà la distribuzione di un dividendo di 25 centesimi per azione, in crescita del 67% rispetto all’anno prima, con un pay-out in aumento al 36%. Ulteriormente rafforzata anche la struttura patrimoniale con un common equity tier 1 del 12% (13,2% fully phased). Sulla vendita di partecipazioni - 291 milioni nell’esercizio chiuso lo scorso 30 giugno - sono state realizzate plusvalenze nette per 126 milioni.

Nella conference call con gli analisti Nagel ha precisato che il 9,5% di Italmobiliare - dopo l’annunciata cessione di Italcementi alla tedesca Heidelberg Cement - non è in vendita, ha osservato che il piano di Mario Greco per Generali va nella giusta direzione, e ha ricordato che l’istituto è presente in Iran fin dal lontano 1952, sperando che la conoscenza del territorio possa tornare utile ad aiutare il Paese ad ammodernarsi dopo il raggiunto accordo sul nucleare che ha posto fine ad anni di embargo.

Soddisfatto dei risultati e della politica dei dividendi si è detto Federico Ghizzoni, l’ad di UniCredit che è il primo socio di Piazzetta Cuccia con l’8,6%. Sul patto di sindacato, in scadenza a fine anno, Ghizzoni ha aggiunto che «non sono previsti cambiamenti, se non minimi e comunque non tali da metterlo in discussione».

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