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L'America, la rivolta contro le élite e il fantasma del Grande…

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LA CRISI OGGI E L'OMBRA DEGLI ANNI 30

L'America, la rivolta contro le élite e il fantasma del Grande Gatsby

Quando qualcuno azzarda paragoni storici con Hitler - o con la Conferenza di Monaco del 1938 - mi viene spontaneo cercare i tappi per le orecchie. Lo stesso vale per la Grande Depressione. Oggi all'orizzonte non c'è nulla di paragonabile al Nazismo o all'impoverimento di massa che seguì al crollo del mercato azionario nel 1929.

Tuttavia, ci sono segnali che sarebbe sciocco ignorare. La democrazia occidentale non affronta una minaccia mortale, ma è messa alla prova da un terribile stress test. Su entrambe le sponde dell'Atlantico, i cittadini hanno smarrito la loro fede nelle istituzioni pubbliche. Stanno anche perdendo la fiducia nei loro vicini. La cooperazione si sta sfilacciando e le frontiere aperte vengono messe in discussione. Non possiamo essere più sicuri che il centro terrà o, addirittura, che lo meriti.

La tendenza più insidiosa è rappresentata dallo svanire dell'ottimismo sul futuro. Al contrario di quanto ampiamente si creda, il pessimismo su larga scala si è affacciato ben prima collasso finanziario del 2008. All'apice dell'ultima bolla del mercato immobiliare nel 2005, l'allora presidente della Federal Reserve Alan Greenspan disse che la società non avrebbe potuto più tollerare una situazione nella quale la maggior parte delle persone patiscono un peggioramento del loro tenore di vita. “Non è questo il genere di cose - ebbe a dire – che una società democratica, una società democratica capitalista, può facilmente accettare senza affrontarla”. Questo avveniva dopo numerosi anni di declino del reddito medio.

Per la maggior parte degli americani e degli europei la situazione è oggi peggiore. Da allora, molti si sono visti sottrarre la casa. I redditi medi sono risultati più bassi nel 2005 rispetto a quando Greenspan emise il suo avvertimento. Da una sponda all'altra dell'Atlantico, la maggioranza dei cittadini ritiene che i propri figli siano destinati ad avere una qualità della vita più bassa.

Potrebbero essere nel giusto. Gli economisti discutono se il forte calo nella crescita della produttività durante gli ultimi quindici anni sia il risultato di un'errata misurazione. I sondaggi suggeriscono che non c'è nulla di sbagliato. La maggior parte delle persone si percepisce più povera, e questo è ciò che davvero conta in politica. Nel suo recente libro “L'ascesa e la caduta della crescita americana” http://press.princeton.edu/titles/10544.html, Robert Gordon sostiene che il balzo lungo un secolo della produttività, iniziato nel 1870, non potrà mai essere ripetuto. Anche se la tesi di Gordon si rivelasse alla fine sbagliata, la società avrà la pazienza di aspettare e vedere?

La seconda tendenza inquietante è un crescente senso di ingiustizia, la percezione che classi dominanti si stiano continuamente riempiendo le tasche. Gli studiosi citano a questo proposito la “curva del Grande Gatsby”, l'aumento esponenziale della ineguaglianza che si verificò negli anni 20 prima del crollo di Wall Street. I numeri sono oggi stranamente simili a quelli di allora. Nonostante la ripresa economica Usa, il 2015 ha visto la più netta crescita nella disuguaglianza salariale dalla fine della Grande Recessione. Le chance dell'americano medio di avanzare nelle fasce di reddito non sono oggi migliori di quanto lo fossero quando nel 2009 prese inizio la presidenza di Barack Obama. L'anno scorso, lo stesso capo della Casa Bianca ha dichiarato che per troppi americani è scomparsa la “scala delle opportunità”. Aveva ragione. Tuttavia, si è rivelato incapace di realizzare qualcosa a questo proposito.

Il terzo fattore preoccupante è la crescente affermazione di una cultura del nichilismo. Quando le persone ritengono che le loro preoccupazioni continuino a essere ignorate - o, peggio ancora, che vengano persino sminuite - allora si scatenano. È facile tratteggiare in toni grotteschi personaggi quali il favorito per la nomination repubblicana Donald Trump o il leader del partito laburista britannico Jeremy Corbyn, i quali forniscono una scorta infinita di materiali per questo scopo. Ma la facilità con cui possono essere ridicolizzati non dovrebbe oscurare ciò che sta guidando il loro successo. Il rompicapo non è il fatto che personaggi di questo genere stiano trovando largo seguito, ma che non siano emersi prima. E non aspettatevi che svaniscano nella notte.

Contrapponete l'impegno di Trump per una forte leadership e per un Paese vincente con il timido gradualismo della piattaforma programmatica di Hillary Clinton. La candidata democratica promette una semplice rifinitura dei guadagni generati durante i due mandati presidenziali di Obama. Trump, invece, giura che cambierà interamente le regole del gioco.

L'eco finale dagli anni 30 è il crepuscolo dell'ordine globale. Nell'intervista ampiamente citata per “The Atlantic” http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/04/the-obama-doctrine/471525/ della scorsa settimana, Obama si è lamentato dei “battitori liberi” tra gli alleati dell'America, inclusa la Gran Bretagna di David Cameron. Ha inoltre espresso il suo sdegno nei confronti dell'ossessione dei gruppi di potere Usa per la “credibilità” come misura del potere americano e dell'uso della forza come la madre di tutte le loro soluzioni. Le parole di Obama hanno suscitato indignazione sia a Londra sia a Washington. Eppure, ha fornito un buon compendio dell'opinione pubblica Usa. E quello che ha detto non è abissalmente differente da quello che va sostenendo Trump. Gli americani sono stanchi di pagare il conto della Pax Americana. A differenza del Regno Unito negli anni 30, gli Usa potrebbero ancora sopportare il fardello. Solo che non vogliono farlo più.

Neville Chamberlain, l'assertore della politica di pacificazione con il Nazismo, disse che la Cecoslovacchia non valeva le ossa di un singolo granatiere britannico. Obama la pensa praticamente allo stesso modo della popolazione siriana. Non ha espresso preoccupazione per l'impatto della Siria sull'Europa. L'alluvione di rifugiati è per lui un problema dell'Europa. L'Ucraina è nei paraggi della Russia. Il Medio Oriente deve arrangiarsi da solo. Questi sono i pensieri d'addio espressi da un presidente stanco del mondo. E non sono affatto lontani mille miglia da quelli di Trump.

I prossimi mesi forniranno un banco di prova. In giugno, gli elettori britannici saranno chiamati a decidere se lasciare l'Union europea. Qualora vincesse Brexit, il progetto europeo inizierà a tornare indietro. L'America forse si preoccuperà?
Per quello stesso periodo dovremmo ormai conoscere anche le linee di battaglia per le elezioni presidenziali Usa. Con tutta probabilità sarà Clinton contro Trump. La democrazia occidentale è sotto processo. Gli autocrati in Russia e Cina staranno a guardare con grande entusiasmo.

(Traduzione di Marco Mariani)
Copyright The Financial Times 2016

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