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La Fed ha spiazzato i mercati: ecco come andranno Borse e valute da qui a…

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le opinioni dei gestori

La Fed ha spiazzato i mercati: ecco come andranno Borse e valute da qui a fine anno

Nella prima parte del 2015 i mercati finanziari hanno dato una dimostrazione di quanto importante sia “azzeccare” l’area geografica: le Borse europee avevano messo a segno nei primi tre mesi un rialzo superiore al 20% contro una variazione neutra per Wall Street. Anche questo 2016 è un esempio di capitali che preferiscono un’area piuttosto che un’altra: con la differenza che però quest’anno è Wall Street a raccogliere più appeal tra gli investitori.

Oggi si chiude un trimestre complessivamente molto difficile per i mercati azionari, zavorrati da pesanti perdite fino all’11 febbraio. Dopodiché è tornato un po’ di sereno e c’è stato un buon rimbalzo. Nel complesso, però, la Borsa statunitense può esibire un bilancio migliore delle Borse europee. Da inizio anno l’indice S&P 500 è in rialzo (+1%) mentre le Borse europee hanno perso l’8%, con Piazza Affari maglia nera a -15%.

È evidente che le turbolenze sul settore bancario europeo - alle prese con la gestione di elevate sofferenze in rapporto agli impieghi e con le reazioni all’entrata in vigore da gennaio del bail-in, un meccanismo che sposta la responsabilità dei salvataggi bancari dagli Stati ad azionisti, obbligazionisti e correntisti della banca insolvente - stanno pesando.

Adesso c’è da chiedersi se questo divario tra Wall Street e l’Europa si ridurrà o si amplierà, soprattutto dopo che nei giorni scorsi il governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, ha “sparso altre colombe” indicando «ci sarà un rialzo dei tassi graduali nei prossimi anni» lasciando immaginare che non è poi così sicuro che i tassi verranno alzati a giugno (dipenderà dai dati sulla disoccupazione). E nel caso dovesse saltare l’appuntamento di giugno sarebbe a quel punto difficile vedere un rialzo a settembre-ottobre, poco prima delle elezioni presidenziali quando con le strette (fiscali e monetarie) non ci conquistano certo voti.

Cosa ne pensano i gestori? Come si muoveranno nei prossimi mesi dollaro, euro e Borse?

«La Yellen, già dal meeting del 17 marzo, sta comunicando al mercato una lenta retromarcia da parte del Board della Fed sulle aspettative dei tassi di interesse. In dicembre le loro attese erano di ben quattro rialzi per il 2016, adesso se ne attendono (in media) intorno a due ed il mercato ne prezza (in media) poco più di uno. Cosa è cambiato? Di certo il prezzo del petrolio e di molti metalli è salito rispetto allo scorso dicembre, ed il mercato del lavoro americano ha continuato ad espandersi creando posti di lavoro. Questo va nella direzione opposta rispetto alle comunicazioni della Fed ma, fintanto che le politiche fiscali nei maggiori Paesi non diverranno espansive e si creerà un riequilibrio sul fronte della distribuzione dei redditi, l'inflazione non potrà essere un vero pericolo - spiega Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital -. Possibili rialzi sarebbero del tutto temporanei. Inoltre le elezioni politiche americane del 2016 implicano tradizionalmente una Fed che non interferisce modificando i tassi nei tre-cinque mesi precedenti. Si sta creando uno scenario per cui potremmo assistere ad un ulteriore rialzo dei tassi in giugno (forse luglio) e poi ad uno stop per il resto dell'anno».

«I mercati azionari festeggeranno la buona notizia e noi prevediamo l'S&P500 che chiuda l'anno con rialzi del 10-15% dai livelli attuali - continua Picchioni -. L'Europa “sottoperformerà” gli Usa, stretta da un settore bancario pieno di problemi sul fronte reddituale ed un cambio che in estate potrebbe irrobustirsi fino alla fascia 1,17-1,20 contro dollaro. Il Ftse inglese ed il Dax tedesco saranno le alternative europee migliori. La Cina dovrà affrontare ancora molte fasi difficili nel processo di riforma del sistema finanziario nonché nella ridefinizione della propria economia a favore di una crescita strutturale dei consumi interni. Ma, in linea con quanto detto per Wall Street, difficilmente assisteremo a crolli del mercato azionario nel resto del 2016. Gran parte delle materie prime andranno tendenzialmente bene nel resto dell'anno, salvo nuovi indebolimenti dopo le elezioni Usa quando il dollaro dovrebbe tornare forte toccando la parità contro euro nella prima parte del 2017».

Secondo Martin Arnold Director, Fx & Macro Strategist per Etf Securities, invece crede che entro fine anno il dollaro possa tornare a rafforzarsi. «La natura reattiva della Fed è divenuta più chiara dopo la dichiarazione di Janet Yellen. Ciò aumenterà la volatilità valutaria e, se continuerà, sarà un fattore ribassista per il dollaro statunitense. Tassi di interesse a lungo bassi e un dollaro statunitense più debole sono entrambi elementi positivi per l'oro nelle prossime settimane. Gli investitori stanno puntando all'oro nel 2016 in risposta alle preoccupazioni sulla volatilità nelle altre asset class e ai bassi rendimenti cash. Riteniamo comunque che con l'attuale sviluppo nell'economia statunitense e i rischi per un'inflazione in risalita, il dollaro statunitense potrebbe rafforzarsi nel secondo trimestre, quando il mercato comprenderà che la Fed avrà necessità di attuare una politica più restrittiva, dovendo potenzialmente alzare i tassi in modo più aggressivo di quando il mercato si aspetti».

A parer di Roberto Rossignoli, Junior Portfolio Manager di MoneyFarm «le precedenti mosse delle banche centrali, ultima la Bce (nonostante il massiccio QE, l'EuroStoxx50 è leggermente al di sotto dei livelli pre-annuncio) hanno dimostrato come tra politica monetaria e mercati azionario la relazione non sia sempre stabile e lineare. Se bond e valute sono un canale più diretto di trasmissione della politica monetaria, le borse scontano moltissimi altri fattori, prima fra tutti l'appetito per il rischio degli investitori.
Per quanto riguarda le borse USA, si è appena chiusa la earning season, che ha segnalato il peggior calo degli utili dal 2009 (su base annuale - 11.5%). Il settore tech (tra cui il famoso FANG), che l'anno scorso ha contribuito a tenere a galla l'S&P 500, sta perdendo momentum».

«Tuttavia, tra i mercati sviluppati, è quello che ha performato meglio: dal drop di metà febbraio l'S&P500 ha già corso il 12%, pertanto sembra che abbia già ampiamente scontato il rallentamento della normalizzazione dei tassi d'interesse da parte della Fed . prosegue Rossignoli -. Tutto questo detto è impossibile prevedere l'andamento delle borse nel breve periodo: il risparmiatore infatti non dovrebbe concentrarsi su brevi orizzonti temporali. Le nostre analisi si basano sempre su un ritorno atteso (annualizzato) di 5y che ovviamente può' variare secondo i movimenti di breve di mercato. Seguendo questa logica noi ci aspettiamo che l'azionario americano (inclusivo dei dividendi) renda circa un 4.1% all'anno in valuta locale quindi la performance dell'indice dovrebbe riflettere circa questo numero in ogni anno».

«Per quanto riguarda le Borse europee, come appare ormai strutturale, hanno perso più dell'azionario americano dopo aver guadagnato meno negli anni scorsi nonostante i fondamentali economici in miglioramento. Evidentemente il mercato pesa ancora molto le questioni geopolitiche legate all'area Euro, che difficilmente spariranno nel breve termine. Ad ora l'EuroStoxx 50 ha perso il 7% da inizio anno. Anche qua focalizzandoci sul lungo periodo noi abbiamo stimato un rendimento di 3.9% annuo il che vorrebbe dire che l'indice dovrebbe recuperare almeno quello perso fino ad oggi».

«Il Giappone è ancora un argomento a sé. Politica monetaria e fiscale ultraespansiva per ora non ha aiutato i listini equity. La recente privatizzazione e quotazione del più grande conglomerato finanziario (banca, poste, pensioni) statale può far sperare per un aumento della domanda nazionale di titoli azionari nipponici. Attualmente il Topix (maggior indice giapponese) ha perso l'8.77% da inizio anno. Secondo le nostre stime di ritorno atteso il Giappone dovrebbe avere un rendimento leggermente superiore agli indici europei e americani intorno al 4,8% annuo».

«Il dollaro ora scambia a 1.14. Dato la politica molto espansiva della Bce, e l'incertezza legata a Brexit e crisi dei flussi migratori, ci aspettiamo che possa tornare sotto 1,10, verso 1,05, nonostante una Fed meno hawkish del previsto - conclude Rossignoli -. L'oro rimane una delle asset class più performanti da inizio anno. Riteniamo che anche nel breve termine continuerà a muoversi in modo decorrelato rispetto al petrolio (che è, in definitiva, l'interruttore per spegnere o accendere la fase di risk-on sui mercati finanziari) e di conseguenza anche con i mercati azionari. Come si può' vedere sopra i rendimenti attesi degli indici comunque risultano bassi e nonostante il necessario supporto delle banche centrali il che vuol dire che nella strategia di investimento l'attenzione ai costi e all diversificazione diventa ancora più' importante. Inoltre il primo trimestre di quest'anno è stato uno dei quarter più volatili della storia quindi qualunque analisi o stima deve essere fatta considerando i fondamentali e nel lungo periodo».

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