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Altri 400 milioni per il Fondo interbancario

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Altri 400 milioni per il Fondo interbancario

Prima la Cassa di Cesena, poi eventualmente Rimini e quindi San Miniato. Il Fondo interbancario dei depositi prepara le munizioni per le tre operazioni di pre-salvataggio che dovrà affrontare nei prossimi mesi: la logica resta quella del prevenire meglio che curare, e venerdì prossimo in assemblea si deciderà di alzare la dotazione dello schema volontario del Fondo a 700 milioni; le ultime ritrosie, più formali che sostanziali, delle banche a controllo estero sembrano superate e quindi si profila un’adesione quasi unanime da parte degli istituti di credito.

Oggi in cassa ci sono solo 300 milioni, 280 dei quali serviranno a coprire la ricapitalizzazione della Cassa di risparmio di Cesena (che mercoledì sarà esaminata del Consiglio del Fondo), quindi al consorzio servono risorse fresche; virtuali, visto che i versamenti da parte delle banche avvengono “a chiamata”, ma comunque necessarie per affrontare anche l’eventuale scoperto dei 100 milioni dell’aumento (con diritto d’opzione) di Carim, che il 9 giugno ha deliberato la prima tranche da 40 milioni; all’orizzonte, poi, la Cassa San Miniato, per la quale si stima un fabbisogno inferiore ai 100 milioni. Alla fine, in caso di sottoscrizioni integrali, dovrebbero rimanere almeno 250 milioni, ritenuti sufficienti a gestire le eventuali situazioni di crisi fino a fine 2017.

Per le banche salvate si tratta di un riassetto profondo e doloroso, visto il quasi azzeramento dei soci piccoli e grandi, cioè le Fondazioni. Ma «l’alternativa sarebbe la liquidazione, visto che le dimensioni di questi istituti sono limitate e difficilmente la Commissione europea consentirebbe di avviare la procedura di risoluzione, con tutti i suoi possibili sbocchi», ragiona il presidente del Fondo, Salvatore Maccarone, contattato da Il Sole. Per quanto riguarda il consorzio bancario, lo schema d’intervento ricalca quello studiato un anno fa per la Cassa di Ferrara, poi impedito dallo stop di Bruxelles per presunti aiuti di Stato: il varo dell’aumento, l’ingresso del Fondo con una quota vicina al 100% e warrant per i soci attuali, la nomina di un nuovo cda e l’obiettivo di rivendere l’asset in tempi brevi (anche se nel caso di Cesena e Rimini potrebbe tornare d’attualità il vecchio progetto di integrazione). Uno schema che necessita però di alcune modifiche allo statuto del Fondo, al centro dell’assemblea di venerdì: oltre all’innalzamento a 700 milioni del budget, la delega al consiglio per gli interventi anche superiori ai 50 milioni (di cui oggi è titolare l’assemblea), ma soprattutto - la possibilità di intervenire su banche non ancora in amministrazione straordinaria, cioè oggetto di interventi di “vigilanza soffice”, come il caso di Cesena. Qui, come detto, le banche sane contribuiranno al salvataggio con 280 milioni: una cifra elevata (che nei bilanci finirà alla voce crediti, oggetto di possibile progressiva svalutazione a seconda delle chance di valorizzazione dell’asset), ma comunque inferiore agli 1,6 miliardi di raccolta protetta che andrebbero versati dal fondo in caso di liquidazione, visto che ci sarebbe da proteggere i depositi sotto i 100mila euro: in quel caso, oltre ai danni reputazionali per il sistema, il conto sarebbe comunque a carico delle banche, che per di più dovrebbero computarlo come costo.

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