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Banche nella bufera in Borsa: perché hanno bruciato 50 miliardi da…

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FOCUS PIAZZA AFFARI

Banche nella bufera in Borsa: perché hanno bruciato 50 miliardi da inizio 2016

Non è la crisi dell'estate-autunno del 2011 con lo spread sopra quota 500 e le banche sotto tiro in borsa. Vendute a piene mani per le paure sul debito sovrano che si riverberava in automatico sui portafogli bancari zeppi di BTp e consimili.
Non è quella tempesta devastante e che vide un titolo-guida del settore come Intesa scendere sotto la soglia simbolica di un solo euro. Non sarà quella crisi ma se andrà avanti così poco ci manca.

Il 2016 è stato finora un altro annus horribilis per il settore del credito a Piazza Affari. Da inizio anno i crolli sono inquietanti per dimensioni e rapidità. Un titolo come Carige ha perso da inizio dell'anno ben il 70%; il Monte dei Paschi è sotto del 60%. Per non parlare del Banco Popolare impegnato nella fusione con la Bpm e che deve ricapitalizzare per un miliardo pre-nozze. Qui la discesa delle quotazioni è del 72%. Crollo che si è portato appresso la più solida Bpm che ha finito per seguire i destini della banca veronese lasciando sul campo oltre metà del suo valore.

E che dire del malessere in cui versa UniCredit? L'unica banca sistemica italiana stretta tra timori sul capitale e quella goffa incertezza sul ricambio al vertice è stata punita dal mercato con una caduta del 57% in meno in sei mesi. Nessuno si salva dalla bufera. Anche un istituto ben radicato su un territorio solido, come il Credito Valtellinese, ha lasciato sul campo il 57% del suo valore, seguito a ruota dalla Popolare di Sondrio che è scesa del 44%. Limitano le perdite solo il Credem (-18%), la banca con i fondamentali più solidi e con un peso delle sofferenze che è meno della metà del sistema e l'altro big italiano, Intesa che lascia sul parterre di borsa “solo” il 36%.

Le percentuali dello smottamento borsistico sono eloquenti, ma la cifra del valore distrutto in poco meno di 6 mesi dà un'idea ancora più nitida del disastro. Dall'inizio del 2016 sono andati in fumo quasi 50 miliardi di capitalizzazione di mercato delle banche quotate. I soli due big hanno limato il valore di borsa di quasi 35 miliardi: UniCredit valeva 30 miliardi a fine 2015, oggi in borsa conta solo per 13,5 miliardi e Intesa ha perso 18 miliardi di market cap. La piccola Carige è scesa da un miliardo di valore borsistico a soli 308 milioni.
È come se tutti gli aumenti di capitale fatti dalle banche italiane negli ultimi anni si siano volatilizzati in soli 6 mesi. Ma perché il naufragio borsistico e perché proprio ora?

La crisi precedente tra il 2011 e il 2012 era legata al rischio-Italia e alla consapevolezza che le banche avrebbero dovuto essere ricapitalizzate come in effetti poi è avvenuto. Il mercato vendeva per queste ragioni. Oggi, messo da parte il rischio sovrano, è balzato sulla scena il nodo delle sofferenze.
Non che non ci fossero anche prima, ma il problema dell'escalation dei crediti malati era da un lato colpevolmente sottovalutato nei suoi impatti futuri, dall'altro coperto dagli aumenti di capitale che sarebbero arrivati nella stagione 2013-2015. E invece quella zavorra da oltre 80 miliardi di sole sofferenze nette ancora in pancia alle banche fa pensare che altre rettifiche possano arrivare e che le svalutazioni terranno ancora bassa per molto tempo la redditività degli istituti.

“Oggi, messo da parte il rischio sovrano, è balzato sulla scena il nodo delle sofferenze”

 

Le difficoltà a trovare una soluzione al tema dei crediti malati e le limitate risorse in capo ad Atlante rendono il mercato ancora fortemente preoccupato. Non solo. Al tema dello smaltimento dei crediti deteriorati, senza arrecare nuove troppe perdite nei bilanci, si è aggiunta la questione dei ricavi.
Che avevano tenuto fino a poco tempo. Ora il margine d'interesse delle banche è sotto scacco dei tassi a zero. Il mercato sa bene che in questo contesto, destinato in Europa a durare ancora a lungo, le banche soffrono sui ricavi da intermediazione di denaro. Possono compensare la caduta del margine d'interesse spingendo sui ricavi da commissioni e risparmio gestito, ma non è la soluzione al modello di banca tradizionale ormai in pesante crisi.

La redditività, dopo 4 anni dal 2011 al 2014, in cui il sistema ha cumulato perdite per oltre 50 miliardi, si è rifatta viva l'anno scorso con un utile cumulato per 5 miliardi. Occorrerà vedere se quei profitti saranno confermati quest'anno, dato il calo inevitabile del margine d'interesse e il peso di nuove rettifiche sui crediti malati. In quest'incertezza di fondo il mercato tende a vendere in modo anche parossistico.

Ci sono titoli come Carige, Mps, Banco Popolare che vengono valutati solo il 15% del loro capitale e una banca non in crisi come il Credem arriva a malapena a farsi valutare poco sotto l'80% del patrimonio. Forse il mercato esagera, prefigura che il tema delle sofferenze non finirà mai, ma è anche vero che quando hai un Roe medio del comparto al 4-5% è difficile farsi valutare più della metà del patrimonio. Quella redditività così bassa non copre nemmeno il costo del capitale.

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