Finanza & Mercati

La variabile referendum sulle banche italiane

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LO STUDIO

La variabile referendum sulle banche italiane

Qual è il legame fra il referendum costituzionale in programma per il prossimo autunno e la situazione delicata che accompagna il sistema bancario italiano? Apparentemente si tratta di due fattori che giocano su piani distinti, politico l’uno e finanziario l’altro, ma delle possibili relazioni fra questi due elementi si parlava anche durante il workshop di Cernobbio dello scorso finesettimana. E non certo senza preoccupazione, perché le scelte degli investitori su Mps e le altre potrebbero anche essere influenzate dalla vittoria del «si» o del «no» sulla riforma della Costituzione italiana.

Ora la conferma di questi timori, che evidentemente si respirano davvero fra gli investitori, arriva anche da una delle principali banche d’affari internazionali. In uno studio diffuso oggi, Goldman Sachs analizza infatti le possibili conseguenze del voto referendario su titoli di Stato italiani e soprattutto su quelli delle banche. E se sui primi la scelta a cui è chiamata la popolazione italiana è sostanzialmente neutrale, perché comunque esiste il piano di riacquisti targato Bce a funzionare da protezione per eventuali contraccolpi, per i secondi la faccenda è ben differente.

A rischio l’aumento di capitale Mps
Nocciolo della questione, per Goldman Sachs, è l’aumento di capitale da 5 miliardi di Mps programmato dopo la diffusione della trimestrale prevista a fine ottobre. «Se il referendum si terrà verso la fine di novembre - spiega il team guidato da Francesco Garzarelli - sarà difficile completare l’operazione di emissione dei diritti, che di solito richiede attorno alle quattro settimane, prima della fase di rallentamento stagionale dei mercati di fine dicembre». L’ulteriore complicazione, secondo la banca d’affari statunitense, è che in caso di successo del «no», gli investitori preferirebbero attendere che sia fatta chiarezza a livello politico in Italia, con effetti che potrebbero estendersi anche ad altre banche.

L’importanza del passo delle riforme
Certo, come ricorda ancora Goldman Sachs, i problemi del sistema finanziario italiano vanno ben oltre la questione Mps e ovviamente anche il referendum costituzionale. Quest’ultimo fattore di incertezza potrebbe però complicare ulteriormente la situazione: «Un governo più solido che prosegue sulla strada delle riforme per stimolare la crescita - sottolinea Garzarelli - mitigherebbe i timori degli investitori e sposterebbe l’attenzione sulle valutazioni, viceversa turbolenze politiche in autunno e una rallentamento nell’agenda delle riforme abbasserebbe le possibilità di una soluzione guidata dal mercato per le banche in difficoltà e aumenterebbe quelle di una ristrutturazione guidata dal governo, cosa che complicherebbe la situazione».

L’eterno duello BTp-Bonos
Anche se i potenziali effetti non sono potenzialmente così dirompenti come per la questione banche, il fattore incertezza politica non è comunque indifferente per i titoli di Stato. «Se l’esito del voto fosse noto oggi il valore dei Cds (le «polizze» che si pagano per assicurarsi contro l’insolvenza di un emittente, ndr) italiani avrebbe almeno annullato l’allargamento di 30-40 centesimi nei confronti di quelli spagnoli al quale abbiamo assistito a partire da giugno», osserva Goldman.

Ma c’è di più: in caso di vittoria dei «sì» il differenziale di rendimento fra i due Paesi, al momento compreso fra i 10 e i 20 punti base sulle scadenze 5-10 anni si potrebbe annullare, o addirittura tornare a vantaggio del BTp come era fino a qualche mese fa. «Lo scenario del “no” e la conseguente perdita di slancio delle riforme peserebbe invece ulteriormente sul sentiment di mercato - aggiunge Garzarelli - e in questo caso non sarebbe sorprendete vedere i rendimenti italiani superare quelli spagnoli anche di 40 punti». Sarebbe come portare le lancette dell’orologio indietro di due anni: prima addirittura che Mario Draghi lanciasse il suo piano sui titoli di Stato.

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