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Il rischio della guerra «di trincea»

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Il rischio della guerra «di trincea»

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A tutte le assemblee di Mediaset, il presidente Fedele Confalonieri è solito prendere la parola per primo: con un discorso, che gli esegeti del Berlusconi pensiero vagliano parola per parola, fa il punto dell’azienda e del mercato. A ogni anno lo storico braccio destro e amico di Silvio Berlusconi rivendica sempre, con un certo compiacimento, che Mediaset è una public company: più del 60% è flottante, sparpagliato tra decine di investitori istituzionali.

Alla prossima assemblea, non potrà più vantarsi, però: da tre giorni Mediaset non è più una società ad azionariato diffuso, ma ha due soci forti: il fondatore Silvio Berlusconi e l’ex alleato, ora rivale, Vincent Bollorè che ha rastrellato in pochi giorni il 20% del colosso tv italiano. Insieme hanno il 60% del gruppo e da qui ai prossimi mesi si profila un’estenuante guerra di trincea.

Passata la bufera del blitz francese (il titolo Mediaset di è già sgonfiato in Borsa, dopo il rialzo storico del 30% e il 10% del capitale passato di mano in un solo giorno, segnale che Piazza Affari già pensa ad altro). Lo scenario per ora più probabile è quello di uno stallo, con Berlusconi finito sotto attacco, in difesa; e Vivendi che ha in mano il pallino del gioco, dopo aver speso circa 800 milioni di euro. L’affondo finale sarebbe a rigor di logica un’Opa di Vivendi su Mediaset, per chiudere la scalata: ma è una strada nei fatti impraticabile.

Con nessuno dei due rivali in grado al momento di prevalere, Mediaset è destinata a una complicata e destabilizzante convivenza. Quanto durerà, non si sa: almeno fino a quando Bollorè non deciderà di scoprire le sue carte e sedersi al tavolo con Berlusconi, messo all’angolo. Il finanziere bretone, che in Italia spazia da Mediobanca a Telecom Italia, è un raider, un investitore da assalto: se da qui alla prossima primavera non ci saranno stati passi in avanti, Vivendi si presenterà in assemblea, bussando alla porta per avere un consigliere d’amministrazione dentro Mediaset. E allora entrerebbe nella stanza dei bottoni. È un film già visto: stesso copione di Telecom Italia. Difficile però immaginare un epilogo simile perché Telecom non aveva un azionista di riferimento e il nocciolo duro era fatto da gruppi finanziari che non avevano alcun interesse o voglia di gestire un asset industriale. A Cologno Monzese, invece, c’è un’azionista storico che da 40 anni fa il mestiere dell’editore.

Col passare delle ore, pare sempre più chiaro che Bollorè abbia tentato una sorta di guerra-lampo per cercare di aprirsi una breccia nella famiglia. A Villa San Martino gli equilibri sono sempre stati molti delicati e, soprattutto, precari: l’affondo della ormai ex moglie Veronica Lario che lamentava per i figli del secondo matrimonio (Barbara, Eleonora e Luigi) un trattamento inferiore. Quale che fosse, il tentativo di rompere il fronte familiare non è riuscito. E ora dalla guerra-lampo si va a una guerra di posizione.

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