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Vivendi: la nostra non è una mossa ostile

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visto da parigi

Vivendi: la nostra non è una mossa ostile

Sia pure senza alcuna comunicazione ufficiale, Vivendi cerca di rassicurare anche gli ambienti politici italiani sulle proprie intenzioni nella battaglia che ha deciso di ingaggiare con Mediaset (quindi, di fatto, con Fininvest e il clan Berlusconi). «Pensiamo francamente – dicono fonti vicine al ceo del gruppo Arnaud de Puyfontaine – di poter essere un buon partner industriale e di avere un buon progetto per Mediaset e per l'Italia. Grazie in particolare al nostro know-how nella produzione di contenuti e alla consolidata esperienza nel settore della tv e del cinema».

Sulla possibilità di contatti nel fine settimana tra le due società, nessuna conferma: «De Puyfontaine sarà in Italia per partecipare alla riunione del board di Telecom (oggi a Roma, ndr) e quindi non è escluso che ne approfitti per avere qualche incontro».

Per il resto – su un ulteriore incremento della partecipazione, sulla richiesta di convocazione di un'assemblea straordinaria, sulla possibilità che l'obiettivo sia quello di arrivare alla costituzione di una sorta di minoranza di blocco, sull'eventualità che l'attacco si spinga fino al lancio di un'Opa ostile – la solita sequela di “no comment”. «Come ben sa, a Vivendi non siamo molto loquaci». Già. E ancor meno da quando il patron del gruppo è Vincent Bolloré. Che, per dirla con un eufemismo, sul fronte della comunicazione – pur essendo alla guida di un colosso dei media e della comunicazione – è sempre stato alquanto parsimonioso.

I portavoce di Vivendi si limitano a rimandare al comunicato di lunedì sera (quello con l'annuncio dell'acquisizione del primo 3%), dove «c'è scritto tutto quello che c'è da sapere». E cioè che i francesi sarebbero saliti fino al 20% (come in effetti è avvenuto e in tempi rapidissimi) per perseguire «l'obiettivo strategico della creazione di un primario gruppo internazionale con sede in Europa per la produzione e distribuzione di ambiziosi programmi audiovisivi e per una piattaforma televisiva globale over-the-top».

Un'altra fonte - molto vicina a Bolloré ma che precisa di parlare a titolo personale - spiega che nella visione dell'imprenditore e finanziere bretone, «Mediaset è un passaggio vitale». E che la prospettiva dell'Opa ostile «pur non essendo ovviamente impossibile, è molto improbabile e non avrebbe grande senso». Tanto più che con il forte rialzo del titolo dovuta alle operazioni annunciate nei giorni scorsi, «il premio è già stato di fatto riconosciuto». E che la situazione è radicalmente diversa rispetto a quella di Ubisoft, dove Vivendi ha il 25% (e più del 20% in diritti di voto) mentre gli azionisti storici della famiglia Guillemot, che cercano di resistere, sono al 12% (e il 19% dei diritti di voto). Senza dimenticare il rischio concreto di un veto da parte dell'Agcom, in applicazione della legge Gasparri sulle concentrazioni nel settore.

Con l'ingresso in Mediaset, Bolloré avrebbe in realtà voluto mandare un messaggio – sicuramente «molto forte» – a Silvio Berlusconi perché «chiarisca le strategie del gruppo, non sempre evidenti tra posizioni dei figli e del management» e per fare tutta la pressione possibile per spingerlo a un accordo (le cui condizioni verrebbero in qualche modo imposte da Vivendi). Oltre a evitare che Mediaset fosse tentata dal «gettarsi nelle braccia di qualcun altro».

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