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Vita Società Editoriale già al capolinea?

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PRIVATE INVESTIGATIONS - ANALISI DI BILANCIO

Vita Società Editoriale già al capolinea?

Il 6 o 7 febbraio si deciderà il destino di Vita Società Editoriale, prima “benefit company” italiana quotata. Non si esclude che al termine dell’assemblea degli azionisti venga presa la decisione di porre in liquidazione la società, che già aveva richiesto l’ammissione alla procedura di concordato preventivo “con continuità aziendale” il 30 novembre scorso . In assemblea sarà proposta l’azione di responsabilità contro uno degli amministratori che, secondo una relazione predisposta in base a una segnalazione del collegio sindacale, avrebbe tenuto “condotte gravemente contrarie ai principi di corretta amministrazione”.

Ironia della sorte che si tratti di una “benefit company”, vale a dire un’azienda sociale. Si tratta di una nuova fattispecie societaria introdotta dalla Legge di Stabilità 2016 (L. 208/2015) sulla falsariga delle “B Corporations”, aziende “profit” ma che allo stesso tempo vogliono generare un impatto positivo sulla società che le circonda. In Italia è una novità, ma nel mondo le “B Corporations” sono oltre 2.000 in più di 50 Paesi, operanti in ben 130 settori economici diversi. Secondo la legge italiana (promossa dal senatore PD valtellinese Mauro Del Barba), per “società benefit” si intende quella che nell’esercizio della sua attività economica persegue (oltre allo scopo di dividere gli utili) una o più finalità di beneficio comune e che opera in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni e altri portatori di interessi.

Modificato lo statuto per acquisire la qualifica di “Benefit Company”

Per diventare “benefit company” Vita Società Editoriale, che già è una media company specializzata nei temi del Terzo Settore, ha dovuto integrare il suo statuto indicando nell’oggetto sociale le finalità di beneficio comune che l’azienda intende perseguire. In questo caso, promuovere e diffondere modelli economici e sociali sostenibili, dar voce ai gruppi sociali intermedi, alle realtà non profit italiane ed europee e alle libere aggregazioni di cittadini, e collaborare con le organizzazioni profit e non profit per contribuire al loro sviluppo ed amplificare l’impatto sociale positivo del loro operato. Va comunque ricordato che, mentre le “benefit company” italiane possono avere quale scopo anche la condivisione degli utili, lo statuto di Vita Società Editoriale all’articolo 25 prevede di non distribuire ai soci alcuna remunerazione dell’investimento azionario sotto forma di dividendi. Fattispecie questa che avvicina maggiormente la società alle vere e proprie aziende “non profit”, ma in realtà dovuta alla Legge 7 agosto 1990 n. 250 sui contributi all’editoria che subordina la concessione di tali contributi alla presenza nello statuto sociale di una clausola che escluda esplicitamente la distribuzione degli utili fino allo scioglimento della società.


Ricavi da servizi in crescita ma il rapporto Debt/Equity è elevato

Ma l’Assemblea straordinaria di Vita Società Editoriale del 28 settembre 2016 (proprio quella che ha sancito i cambiamenti statutari per diventare “benefit company”) aveva anche attribuito al Consiglio di Amministrazione la delega per futuri aumenti di capitale fino a 3 milioni di euro, che il 30 novembre non sono stati più ritenuti sufficienti a mantenere un adeguato livello patrimoniale. Da qui la richiesta di concordato preventivo.


Le tappe della crisi

Come si è giunti a questa situazione? Nel primo semestre 2016 (ultimi dati disponibili), Vita Società Editoriale evidenziava ricavi in crescita del 3,1% a circa 2,5 milioni di euro, incremento però dovuto esclusivamente all’attività di consulenza (sempre sui temi della sostenibilità e della CSR) dato che quella editoriale ha visto una flessione del giro d’affari dal 773.000 a 428.000 euro. La perdita operativa è però salita del 18%, passando da 129.000 e 153.000 euro, e la perdita netta è balzata da 275.000 a 423.000 euro (+53,8%); ma soprattutto per oneri fiscali in aumento da 38.000 a 153.000 euro. Tale incremento dell’incidenza fiscale è dovuto alla rettifica delle imposte anticipate per 123.000 euro in adeguamento alla nuova aliquota IRES del 24% in vigore dall’1/1/2017, contro una percentuale precedente del 27,5%. Il problema maggiore di Vita è però rappresentato dalla situazione finanziaria. Al 30/6/2016 l’indebitamento finanziario netto ammontava a 3,8 milioni (di cui circa 3 riferiti a esposizione bancaria) a fronte di 3,2 milioni a fine 2015, incremento dovuto a un maggior ricorso all’istituto dell’anticipo fatture ed in particolare a un contratto commerciale da oltre 400.000 euro, che successivamente si è peraltro concluso con l’avvenuto pagamento da parte del cliente. Il patrimonio netto della società al 30/6/2016 ammontava a 1,1 milioni, determinando quindi un rapporto Debt/Equity (indebitamento finanziario netto/patrimonio netto) pari a 3,45 volte, molto elevato se si pensa che il livello “fisiologico” risulta intorno a 1 volta. Il forte incremento del debito risale al 2014, a seguito dell’incorporazione di un ramo d’azienda dell’agenzia digitale K Group tramite un aumento di capitale che ha portato K Group stessa, oltre alla controllante Fiduciaria Sant’Andrea, a diventare gli azionisti di riferimento di Vita Società Editoriale.


L’elevato flottante avrebbe condizionato il successo di un aumento di capitale


Con un aumento di capitale di 3 milioni, il patrimonio netto si sarebbe portato a circa 4,1 milioni, e di conseguenza il rapporto Debt/Equity sarebbe sceso a livelli fisiologici (inferiore a 1 volta), assumendo naturalmente che l’indebitamento finanziario netto non fosse ulteriormente aumentato in misura significativa. E’ dunque possibile che la richiesta di concordato preventivo, più che all’insufficienza dell’operazione sul capitale proposta, fosse dovuta alla circostanza che i principali azionisti del gruppo Vita non intendessero sottoscrivere la quota di aumento di capitale di propria competenza o, in alternativa, che vi fosse la possibilità di un rilevante inoptato da parte degli azionisti minori che rappresentano il flottante del titolo Vita Società Editoriale. Attualmente gli azionisti di riferimento sono K Group Srl (con una quota del 25,02% del capitale sociale), Fiduciaria Sant’Andrea Srl con il 13,65% e Fondazione Vita con l’8,16%; il flottante è quindi molto elevato per una società quotata al mercato AIM Italia, in quanto è pari al 53,17% mentre molte società hanno il flottante minimo del 10% o al massimo raggiungono il 30 per cento.


Riuscirà a proseguire l’attività il ramo d’azienda editoriale?

Data l’attuale situazione economica e l’andamento del mercato azionario, il pericolo di un rilevante inoptato per gli aumenti di capitale a pagamento è molto concreto. Da un anno a questa parte l’indice AIM Italia è sceso di circa il 9% ma, per quanto riguarda Vita Società Editoriale, la flessione delle quotazioni nello stesso periodo è stata pari a 4 volte rispetto all’indice, intorno al 36%. Assai difficile in queste circostanze collocare sul mercato nuovi titoli azionari.

La proposta di affitto del ramo di azienda editoriale

Sfumata l’ipotesi di un aumento di capitale, il 23 dicembre il Consiglio di Amministrazione di Vita Società Editoriale ha approvato la proposta di affitto a titolo oneroso del ramo di azienda editoriale presentata dai giornalisti della redazione della rivista VITA riuniti nella neo-costituita cooperativa Vita News, mentre è stata rifiutata la proposta dell’azionista di riferimento K Group Srl per l’affitto del ramo di azienda tecnologico della società (il che ovviamente indica la presenza di forti tensioni all’interno dell’azienda). Successivamente, l’11 gennaio 2017 sia Vita News sia K Group Srl hanno riformulato le proprie proposte: ma quella di K Group, che ora prevedeva anche l’acquisto del ramo di azienda tecnologico, è stata dichiarata irricevibile dal Consiglio di Amministrazione, mentre è stata accettata quella di Vita News che ha formulato un’offerta di acquisto stavolta per il ramo editoriale, che avrebbe effetto dal primo giugno 2017.

Il paradosso italiano

Tutto ora è nelle mani della prossima assemblea. Poiché gli azionisti di riferimento detengono complessivamente meno del 50% del capitale sociale l’esito finale è alquanto incerto, anche se fra i temi in discussione vi è la verifica dell’eventuale possibilità di ricorrere ad azioni volte al riequilibrio finanziario e patrimoniale della società. Ma se sarà liquidazione, tutti gli azionisti perderanno il loro investimento. Insomma, il sentiero della prima “benefit company” quotata si è rivelato piuttosto accidentato … e dire che il nostro Paese conta la seconda “community” europea (dopo l’Olanda) di “B Corporation” con 46 società, che si stima dovrebbero diventare 150 nel 2017, e lo scorso primo dicembre si è tenuto a Milano il primo meeting nazionale del settore.

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