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il risiko delle valute

Dollaro, euro, sterlina: quanto valgono davvero e quanto pesano la Bce e l’agenda di Trump

(Reuters)
(Reuters)

Il presidente Usa Donald Trump, in un’intervista al Wall Street Journal, lo aveva esplicitamente detto: «Il dollaro statunitense è sopravvalutato. E questo ci “uccide”». Mario Draghi, di fronte alla Commissione affari economici dell’Europarlamento, gli ha indirettamente risposto: «Non siamo manipolatori dei cambi». Al di là del botta e risposta la situazione, a diversi esperti, fa ipotizzare il crescere del nervosismo sul fronte dei cambi tra le due sponde dell’Atlantico. Un contesto all’interno del quale si domanda: quali le prospettive delle principali valute mondiali?

L’euro-dollaro. È indubbio che, da inizio anno, Donald Trump sia stato il principale market mover della divisa statunitense. I maggiori ribassi del dollaro si sono concretizzati contemporaneamente con gli interventi pubblici del presidente Usa: la sua prima conferenza stampa; la citata intervista al Wsj e il discorso d’insediamento. Appuntamenti dove la causa principale della debolezza del biglietto verde è stata la retorica di Trump. Nulla di più.

L’effetto durerà? La risposta è articolata. L’onda lunga della «chiacchiera» presidenziale, inevitabilmente, andrà ritirandosi. Con il che verranno allo scoperto elementi più sostanziali a guidare il cambio. In particolare si concretizzerà un paradosso: molte delle strategie economico-politiche della Casa Bianca, se veramente messe in campo, remeranno contro il dollaro debole. Il taglio delle tasse agli utili aziendali e l’aumento degli investimenti infrastrutturali spingeranno la moneta Usa. La stessa volontà d’incoraggiare gli investimenti domestici e contrastare la fuga di capitali sono tutti fattori che sosterranno il dollaro.

Quindi, delle due l’una: o Trump rivedrà la sua agenda; oppure sarà molto difficile assistere al forte rialzo dell’euro-dollaro. Quest’ultimo, a ben vedere, negli ultimi dodici mesi è passato dal massimo di 1,153 ( 2 maggio 2016) all’attuale livello di 1,06. Secondo Hsbc si tratta di un valore lontano dalla «giusta» quotazione. La banca britannica infatti, utilizzando il principio della parità del potere d’acquisito, ha individuato una forchetta all’interno della quale il «fair value» dovrebbe muoversi: tra il minimo di 1,26 ed il massimo di 1,35. Insomma: l’euro, a dar retta ad Hsbc, sarebbe piuttosto sottovalutato.

Un livello di lungo periodo. L’affermazione ha senso. Seppure con una precisazione essenziale. Quando si sfrutta la parità del potere d’acquisto, al di là del fatto che si tratta di un approccio comunque piuttosto generico, bisogna fare sempre attenzione. «Si tratta di valori- spiega Antonio Cesarano, economista di Mps Capital services - che valgono solamente sul lungo periodo. Essi prendono in considerazioni esclusivamente variabili macro come il differenziale d’inflazione». Tutti gli altri fattori, quali la politica monetaria delle banche centrali o i flussi di capitale, non «sono contemplati. Il che ovviamente impedisce di spiegare il perché delle quotazioni sul breve». Così non può dimenticarsi che, da un lato, la Fed, dopo due rialzi dei tassi, è attesa ad ulteriori

ritocchi all’insù. Mentre, dall’altro, la Bce (seppure rallentando gli acquisti di asset da aprile in poi) prosegue nel suo approccio ultra-espansivo. Strategie completamente opposte, che unite all’estrema debolezza politica dell’Unione monetaria, giustificano ampiamente il cambio di questi giorni.

Sterlina-Dollaro. Analogo il discorso per la divisa britannica. L’intervallo del «giusto» cambio tra la moneta Uk e quella Usa si trova tra 1,5401 e 1,6328. I valori sono ben al di sopra delle ultime quotazioni (1,24). Vuole dire che il pound è sottovalutato? Per Hsbc, sul lungo periodo, sì. E tuttavia la sterlina ha, indubbiamente, subìto l’impatto del voto sulla Brexit. Da una parte, sulla scia dei timori per l’abbandono dell’Ue, molti capitali sono fuoriusciti dal Paese, indebolendone la moneta. Dall’altra la politica ultra espansiva della Bank of England ha ulteriormente spinto all’ingiù il cross. Di nuovo: il livello del «fair value» può essere un valore cui tendere. Ad oggi, però, le variabili in gioco giustificano le quotazioni attuali.

Dollaro-Yen. Dalla moneta britannica a quella nipponica. Qui, come è noto, l’indebolimento dello yen è conseguenza di una lungo periodo di politiche monetarie e fiscali espansive. In particolare, negli ultimi 12 mesi, sul fronte del cambio si sono succedute tre fasi: la prima, fino all’agosto scorso, ha visto il dollaro indebolirsi verso la moneta del Sol Levante (99,89 il 18 8 2016). Poi il cambio si è ripreso arrivando a quota 118,18 (15 dicembre 2016). Infine, evidentemente sotto l’effetto Trump, il dollaro ha perso nuovamente quota (attualmente viaggia intorno al livello di 112,3). Per Hsbc anche in questo caso siamo ben lontano dal «fair value». La forchetta del «giusto valore» infatti si troverebbe più in basso: tra 92,061 e 101,26. Ma, ancora una volta, non devono dimenticarsi i fattori di breve periodo.

Proprio in tal senso Swissquote sottolinea un aspetto: «Il surplus commerciale giapponese di dicembre, pubblicato oggi - dice l’esperto Yann Quelenn -, è stato il più alto dal 2007». Ebbene: Donald Trump, per l’appunto, non ha fatto mistero di volere contrastare le politiche dei Paesi che hanno simili imponenti attivi sulla bilancia commerciale, Cina e Giappone in primis. «Il Presidente Usa - sottolinea Quelenn - è orientato a indebolire il dollaro. Così come i giapponesi combattono da anni contro il costante apprezzamento dello yen. Di conseguenza», a fronte di un simile contesto, « la view sul cambio dollaro yen rimane ribassista».

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