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Carige, si accende la contesa con il fondo Apollo

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Carige, si accende la contesa con il fondo Apollo

Si infiamma la contesa legale tra Banca Carige e il fondo di private equity Apollo. Si è volta oggi la prima udienza, di calendario, relativa all'arbitrato promosso da Carige per sciogliere i contratti di bancassurance con Amissima. L'udienza era il primo passo di uno dei numerosi fronti legali in corso tra la banca, il cui azionista di riferimento è la famiglia Malacalza, e il fondo internazionale Apollo. Nell'udienza di oggi gli arbitri hanno avuto il compito di verificare il contraddittorio e di stabilire i termini per le difese delle parti. Da notare che i contratti di bancassurance prevedono una penale di 200 milioni in capo alla banca ligure in caso di rescissione. E furono ancillari all'acquisizione delle due compagnie (pagate 310 milioni) transazione che non avrebbe avuto luogo senza il contestuale raggiungimento di accordi di bancassurance.

Inizia così uno dei fronti della contesa legale tra Carige a Apollo. La battaglia è solo agli inizi e vede da una parte il nuovo Cda dell'istituto (guidato dal tandem Giuseppe Tesauro-Guido Bastianini) accusare con un'azione di responsabilità il vecchio management (l'ex presidente Cesare Castelbarco Albani e l'ex Ad Cesare Montani) e il fondo Apollo per collusione. Il prossimo 28 marzo ci sarà l'assemblea dei soci che dovrà ratificare l'azione legale avviata dal Cda.

Ma dall'altra parte è il fondo Apollo ad avere aperto un nuovo fronte legale: andando al contrattacco contro il Cda di Carige e chiedendo un cospicuo risarcimento per danni (che sono in corso di valutazione da parte di un consulente) per centinaia di milioni di euro. I legali di Apollo stanno preparando la documentazione della richiesta di risarcimento per “causa temeraria”.

La causa del Cda di Carige verso Apollo, secondo fonti vicine al dossier, avrebbe infatti bloccato totalmente le attività assicurative (cioè Amissima) acquisite dal private equity, provocando un grosso danno al fondo. E proprio Apollo pone l'accento sui danni che potrebbero accusare gli azionisti della banca, grandi e piccoli, se il Cda continuerà nella “causa temeraria” in questione.

Ma è necessario ricostruire questa complicata vicenda per farsi un'idea di quanto sta succedendo. Tutto è iniziato nel febbraio scorso quando il nuovo consiglio di amministrazione della banca genovese, in pratica controllato dal finanziere Vittorio Malacalza per la maggioranza dei componenti, ha avviato una causa nei confronti dell'ex presidente Cesare Castelbarco Albani e dell'ex Ad Cesare Montani. Proprio questa causa di risarcimento, con richiesta di azione di responsabilità, sarà uno dei temi sul tavolo della prossima assemblea di Carige al pari di quella nei confronti di Giovanni Berneschi, storico presidente dell'istituto ligure fino al 2013 condannato nel febbraio scorso a otto anni e due mesi di reclusione, e all'interdizione perpetua ai pubblici uffici nel processo Carige.

Secondo l'accusa del nuovo Cda della banca genovese, l'ex presidente Cesare Castelbarco Albani e l'ex Ad Cesare Montani avrebbero infatti scelto di proseguire nella cessione delle assicurazioni (nel 2014), come richiesto dalla Banca d'Italia, anche se al momento dell'operazione le condizioni erano cambiate e la vendita non sarebbe stata più necessaria, visto che le due attività erano state risanate e rendevano. Secondo quanto indicato dal Cda nella relazione del febbraio scorso si era «manifestata una drastica inversione di tendenza evidenziata dalle semestrali del 2014 dalle quali emergeva, per Carige Assicurazioni, un utile di 19,5 milioni e, per Carige Vita Nuova, un utile di 25,707 milioni», quindi le criticità apparivano «superate».

Inoltre «il 23 ottobre 2014, due soli giorni dopo la deliberazione del Consiglio in merito alla cessione, la Bce aveva comunicato i risultati del comprehensive assessment dai quali emergeva l'esigenza di una ulteriore capitalizzazione». Quindi, secondo l'accusa del Cda, l'aumento di capitale si sarebbe potuto dimensionare in modo da non dover necessariamente procedere alla dismissione delle partecipazioni nelle due compagnie.

Accusato per collusione, al pari del vecchio management, è poi anche il fondo Apollo che nel 2014 ha rilevato le attività assicurative di Carige. Secondo il nuovo Cda «alcuni comportamenti tenuti da soggetti riferibili al gruppo Apollo tra novembre 2015 e marzo 2016 sono apparsi legati dal perseguimento di un unico scopo: quello dell'appropriazione da parte del fondo, a condizioni economiche di estrema speculazione, di asset di Carige e di una partecipazione maggioritaria al capitale della medesima».

L'attuale Cda infatti non solo ritiene che Apollo si sia appropriato in modo non corretto e in collusione con gli ex-amministratori delle attività assicurative di Carige, ma mette come prova della collusione anche l'offerta, poi respinta dall'attuale vertice, che Apollo aveva presentato per l'acquisto dei crediti deteriorati (Npl) di Carige, che ammontano a oltre 7 miliardi. Con questa offerta, grazie ad un aumento di capitale, Apollo si sarebbe potuto appropriare dell'istituto.

Ovviamente il fondo Apollo non ci sta. In una lettera di due settimane fa «respinge con fermezza le accuse» mosse dal Cda di Banca Carige. «Le allegazioni contenute nella relazione degli amministratori - risponde Apollo - sono sostanzialmente temerarie, oltre che gravemente fuorvianti per gli azionisti, e se gli azionisti voteranno in favore della continuazione dell'azione giudiziale pendente, vi potrebbe essere il rischio di gravi conseguenze economiche pregiudiziali per la Banca, per il suo azionista di controllo ed per i suoi amministratori». E ricorda che «nel contenzioso pendente in sede arbitrale, Amissima ha già anticipato una richiesta di indennizzo per un ammontare indicato in via preliminare in oltre 200 milioni di euro».

Inoltre lo stesso fondo Apollo, secondo alcuni rumors, avrebbe puntato i riflettori sul ruolo predominante di Vittorio Malacalza, che pur non avendo avuto il via libera al controllo da parte di Banca d'Italia, avrebbe una posizione dominante sulla banca, con influenza sulla maggioranza dei consiglieri.

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