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Piazza Affari, mini-rally con le banche

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il bilancio dei primi sei mesi

Piazza Affari, mini-rally con le banche

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Un semestre così in Borsa mancava da diverso tempo. Dobbiamo tornare indietro al 2009, quindi otto anni fa, per incrociare performance simili a quelle messe a segno dall’azionario in questo 2017. In sei mesi la capitalizzazione globale delle Borse è lievitata di 9mila miliardi e viaggia oggi sui massimi di tutti i tempi a quota 75.770 miliardi di dollari.

Dei 30 indici delle più grandi Borse al mondo, soltanto quattro (Cina, Canada, Israele e Russia) hanno registrato una performance negativa. Per tutti gli altri listini big il leit motiv è stata la crescita. È stato il semestre della tecnologia: l’indice Nasdaq ha aggiornato per ben 38 sedute il massimo storico, chiudendo i primi sei mesi con un rialzo del 14% (+27% in 12 mesi). Va però detto che nelle ultime settimane sull’hi-tech Usa è aumentata la volatilità, il che lascia presupporre una possibile correzione alle porte.

Tencent Holdings, il più importante produttore mondiale di videogiochi, e WeChat, il più popolare social network locale, sono balzati del 40%. Alibaba, il più grande mercato elettronico asiatico, è salito del 60%. Questi titoli hanno aiutato l’indice Msci Asia ex Japan ad archiviare una performance di metà anno superiore al 20%.

Più contenute ma comunque solide le performance degli indici che inglobano la “old economy”. L’S&P 500 e il Dow Jones hanno incamerato un apprezzamento dell’8% superando la media delle Borse europee (+6,5%) che in ogni caso hanno dimostrato una ritrovata verve grazie all’aumento degli utili societari. Il Ftse Mib di Piazza Affari - nonostante da metà maggio abbia perso il 5,5% - chiude il primo semestre con un rialzo del 7%, soprattutto grazie al recupero del settore bancario (+17%). In linea generale hanno sofferto i titoli del settore energetico. L’ “oil and gas” europeo è arretrato dell’11%, quello italiano del 16%. Un dato che fa il paio con l’andamento del petrolio: a inizio anno un barile costava 54 dollari mentre ieri (qualità Wti) non superava i 45 (-16%). Del resto il calo del petrolio ha stupito molti analisti che invece a gennaio si erano sbilanciati a favore delle quotazioni del greggio. Così come le previsioni ipotizzavano un ulteriore rafforzamento del dollaro e un rialzo dei tassi dei titoli di Stato Usa. Delle tre, nemmeno una. Il petrolio, come visto, ha subito un calo a doppia cifra con un ribasso massimo rispetto ai picchi dell’anno del 23%. Il dollaro, anziché rafforzarsi in funzione delle politiche monetarie restrittive della Fed (che in questa prima metà dell’anno ha alzato due volte i tassi di interesse) si è indebolito. Il dollar index - che sintetizza l’andamento del biglietto verde rispetto alle sei principali divise del pianeta - è arretrato del 7,5%.

Ancor più marcato il cross con l’euro che è passato da 1,05 a 1,14, segnando un corposo +8,5%. Quanto ai titoli di Stato Usa, il rendimento dei Treasury a 10 anni è sceso dal 2,45 al 2,26%, circa 20 punti base in meno. E questa non è una bella notizia perché, a fronte di una Fed impostata sul rialzo dei tassi (ne ha promesso un altro entro l’anno e tre nel 2018), il fatto che i tassi sulla parte lunga del debito vadano in controtendenza indica in un certo qual modo che gli investitori sono scettici sulla capacità da parte dell’economia Usa di assorbire, in termini di futura crescita economica, l’avviato percorso di normalizzazione dei tassi.

Nell’Eurozona invece, rispetto a inizio anno, oggi i tassi sono più alti. Il Bund a 10 anni si attesta allo 0,47 % (0,18% a gennaio) e il corrispettivo BTp al 2,16% (1,74% a gennaio). Ma gran parte di questo rialzo è arrivato nell’ultima settimana quando i principali esponenti della Bce hanno rilasciato dichiarazioni “vaghe” a proposito dell’avvio del tapering, il processo di riduzione degli stimoli che prima o poi l’istituto di Francoforte sarà chiamato ad annunciare. Molti investitori temono che l’abbrivo sia a settembre e quindi nelle ultime sedute hanno iniziato ad alleggerire le posizioni in bond governativi dell’area euro. Va detto che anche in questo caso gli analisti non ci hanno preso. A inizio anno era quasi unanime il parere sulle obbligazioni: dopo 35 anni di rialzi il mercato nel 2017 sarebbe sceso. Questa prima metà a livello globale ci dice il contrario: la capitalizzazione mondiale di bond è cresciuta di 3mila miliardi di dollari, vicinissima a quota 48mila miliardi.

In ogni caso per il semestre che verrà non bisogna sottovalutare il fatto che le banche centrali più importanti- che più delle promesse per ora non realizzate di Trump hanno guidato gli investitori fino ad ora - difatti si avviano ad alzare quasi coralmente i tassi o a drenare gli stimoli. Oltre alla Fed (che dal 2015 ha alzato il costo del denaro quattro volte) anche la Bank of England e la Banca del Canada hanno comunicato che potrebbero a breve alzare i tassi. Senza dimenticare la Bce che, se non sarà a settembre, in ogni caso fra qualche trimestre probabilmente avvierà la riduzione degli acquisti di bond. Potrebbe quindi anche essere che nei prossimi mesi gli investitori inizino a dare ragione alle previsioni - fino a questo punto completamente sbagliate - fatte dagli analisti a inizio anno.

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