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Vw, manager italiano arrestato per il dieselgate

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Vw, manager italiano arrestato per il dieselgate

New York

Le manette sono scattate in Germania, ma l’atto d’accusa è transatlantico: l’inchiesta sul Dieselgate si stringe ancora e ha portato all’incriminazione e all’arresto anche di un ex manager italiano della Audi, identificato come Giovanni Pamio. Il dirigente, almeno l’ottavo a finire nel mirino delle inchieste sullo scandalo che ha scosso Volkswagen e i suoi marchi, secondo gli inquirenti degli Stati Uniti si sarebbe reso responsabile di associazione a delinquere, truffa e violazione delle leggi ambientali. La magistratura tedesca l’avrebbe a sua volta accusato di truffa e pubblicità ingannevole. Volkswagen, che controlla Audi, ha finora pagato oltre 20 miliardi di dollari tra risarcimenti e multe per le emissioni truccate dei suoi motori diesel negli Usa, ma le inchieste non sono terminate. Il nuovo arresto, riportato in queste ore dalla stampa tedesca senza che la procura confermasse il nome, sarebbe avvenuto all’inizio della settimana ed è possibile una richiesta di estradizione americana. Pamio, 60 anni, dal 2006 al 2015 era stato a capo delle attività di Termodinamica nell’ambito della divisione di Diesel Engine Development nella città di Neckarsulm.

Il Dipartimento della Giustizia di Washington ha depositato giovedì sera formalmente le sue accuse - 24 pagine, presso lo Eastern District of Michigan - nel fascicolo “United States of America v. Zaccheo Giovanni Pamio”. Un documento che mette in chiaro la ricostruzione degli eventi da parte dei procuratori federali.

Pamio avrebbe “guidato una squadra di ingegneri responsabile della progettazione di sistemi di controllo destinati a rispettare gli standard delle emissioni per i veicoli diesel negli Stati Uniti”. Fin qui l’obiettivo ufficiale. Ma Pamio e il suo team avrebbero invece alla fine fatto ben altro: «Si resero conto che non potevano calibrare il motore diesel» sulla base dei requisiti richiesti da altre divisioni del gruppo stesso. Fu allora che «ordinarono a dipendenti Audi di disegnare e realizzare funzioni di software che ingannavano i test statunitensi». Vale a dire i cosiddetti defeat devices che riducevano l’inquinamento solo durante gli esami ma non su strada. Pamio e i suoi corresponsabili, per ora anonimi, avrebbero in seguito deliberatamente «mancato di rivelare le funzioni software e falsato la loro rappresentazione alle autorità». Avrebbero cioè indicato che «i veicoli erano in ottemperanza con gli standard sulle emissioni» di ossidi di azoto, quando invece «sapevano che lo erano».

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