Finanza & Mercati

I nuovi confini dei Governatori

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L'Editoriale|la RIPRESA disEguale

I nuovi confini dei Governatori

Anche quest’anno i banchieri centrali si ritrovano a Jackson Hole, uno dei santuari mondiali dello sci fuoripista. E, in effetti, quella di trovarsi in un momento storico fuori dai soliti sentieri battuti è una sensazione diffusa. Non sarà però la sensazione che Janet Yellen e Mario Draghi vorranno trasmettere. Nonostante il ritrovo del 2017 sia dedicato all’ambizioso obiettivo di promuovere un’economia globale dinamica (“Fostering a Dynamic Global Economy”), l’aspettativa degli operatori è di essere intrattenuti dal solito minuetto danzato con accortezza dai banchieri centrali sui temi dell’euforia dei mercati (alta), dell’inflazione (bassa), della crescita (modesta ma promettente) e della stabilità finanziaria (dibattuta). Ci si aspetta anche che Janet Yellen e Mario Draghi non facciano commenti diretti sulle possibili ripercussioni economiche e finanziarie di quella specie di “House of Cards” che a Washington da fiction sembra essersi trasformata in reality show. Se dovessero invece farlo, ci attenderebbero settimane molto interessanti.

Qual è la situazione economica di contorno? L’ultimo Economic Outlook dell’Ocse l’ha fotografata all’inizio dell’estate dal punto di vista dei suoi Stati membri, che sono essenzialmente i Paesi industrializzati. L’aspettativa è che la crescita possa rafforzarsi, anche se la cautela è di rigore nell’attuale scenario geopolitico. La fiducia degli operatori è in aumento con un certo rilancio degli investimenti e degli scambi commerciali dai precedenti bassi livelli. La crescita globale sembra poter essere diffusa e non solo concentrata in una manciata di comparti e Paesi, anche se in molti casi resta anemica.

Permane anche un notevole gap tra le grandi economie orientali (Cina, India, Indonesia) con tassi di crescita dal 5 all’8% e quelle occidentali che hanno tassi di crescita generalmente inferiori alla metà. Detto questo, il fatto che anche in Oriente i tempi della crescita a due cifre sembrino ormai un lontano ricordo è di per sé fonte di qualche preoccupazione.

All’orizzonte si vedono segnali incoraggianti di aumento della domanda di prodotti tecnologici e degli investimenti volti a svecchiare il sistema produttivo. Tuttavia, le prospettive di crescita della produttività e dei salari non entusiasmano e i rischi di instabilità finanziaria non sono scomparsi. Gli indici sull’occupazione migliorano, ma in molti Paesi industrializzati la salute dei mercati del lavoro non è tornata ai livelli pre-crisi (ed è già passato un decennio). I soliti fantasmi continuano ad affliggere i mercati finanziari, soprattutto nei Paesi anglosassoni: alto e crescente indebitamento delle famiglie, crescita dei prezzi degli immobili, ecc.

Molto più preoccupante è però il fatto che, qualunque ripresa sia in corso, non sembra che siano stati sciolti i nodi che negli ultimi decenni hanno reso ineguale la distribuzione dei costi e dei benefici del progresso tecnologico e della globalizzazione. Ad esempio, in Occidente la mortalità delle imprese e la distruzione dei posti di lavoro in reazione alle tendenze globali si è concentrata soprattutto nel settore manifatturiero, in specifiche aree geografiche e in determinate occupazioni.

Prendiamo il caso dell’Europa, che è quello più vicino al cuore di Mario Draghi. Se su una cartina geografica del Continente colorassimo di rosso le regioni in cui il reddito reale pro capite è aumentato tra il 2000 e il 2014 (data finale dovuta a una questione di disponibilità di dati a livello regionale) e di blu le regioni in cui invece il reddito reale pro capite è diminuito, ci apparirebbe una mezzaluna blu su sfondo rosso. Una “falce di luna calante”, grossomodo formata da Regno Unito, Francia Orientale, Italia e Grecia, che diventa visibile dopo la crisi. Se ci concentrassimo invece solo sul periodo post-crisi, la luna sarebbe più piena: dal 2007 al 2014 praticamante tutte le regioni europee, ad eccezione di quelle tedesche e a Est della Germania, sarebbero colorate di blu. Di queste, le “regioni della luna blu” sono quelle per cui la crescita prima della crisi è stata più che annullata dalla decrescita dopo la crisi.

Quali le cause? Potrebbe essere la concorrenza che le imprese europee subiscono dall’estero e soprattutto dai Paesi emergenti, Cina in primis. Se però si guarda alla cartina geografica attraverso la lente delle importazioni dalla Cina, questo tipo di spiegazione sembra debole a livello di Paese. Dall’inizio del secolo la penetrazione cinese è aumentata dappertutto, ma soprattutto in Germania e Paesi dell’Est, cioè nelle aree che sono andate meglio. La causa potrebbe essere allora l’immigrazione con la conseguente concorrenza subita dai lavoratori europei? È effettivamente vero che Regno Unito e Italia sono tra i Paesi che hanno visto aumentare maggiormente la percentuale di immigrati nella popolazione. Tuttavia, lo stesso è avvenuto a Germania e Norvegia, Paesi in cui il reddito pro capite non solo non è diminuito ma è addirittura aumentato.

Potrebbe allora essere l’automazione dei processi produttivi, che finisce per dare alle imprese meno di quello che toglie ai lavoratori? Potrebbe, ma su questo i dati sono meno precisi. Le analisi più ricche sono, infatti, più preventive che consuntive. Alcune si chiedono, per esempio, quanti posti di lavoro sono a rischio di computerizzazione, cioè potrebbero in un futuro non molto remoto essere ricoperti da computer invece che da persone. In percentuale del numero totale di posti di lavoro, l’ordine di grandezza colpisce: 45% nel Regno Unito, 50% in Francia, 55% in Grecia, 60% in Italia. La percentuale per gli Stati Uniti è a metà strada tra quelle del Regno Unito e della Francia. Le stesse analisi mettono anche in luce che la relazione tra salario e livello di istruzione da una parte e probabilità di computerizzazione dall’altra è negativa: più studi, meno sei rimpiazzabile da un computer e più guadagni.

Competizione internazionale, immigrazione, istruzione e automazione sono le grandi sfide reali che si devono affrontare per “promuovere l’economia globale”. I banchieri centrali forse le menzioneranno, ma l’aspettativa generale è che si soffermeranno soprattutto sull’analisi sintomatologica dei fenomeni monetari, che nel bene e nel male resta il loro principale mandato.

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