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Borsa, sai difenderti dalle truffe dei «penny stock»?

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frodi finanziarie

Borsa, sai difenderti dalle truffe dei «penny stock»?

  • – di Enrico Marro
(Ansa/Ap)
(Ansa/Ap)

Esiste a Wall Street una collaudata categoria di truffa che, ancor prima dell’avvento di internet, ha mietuto migliaia e migliaia di vittime: la “penny stock fraud”, la frode delle microazioni. Utilizzata in passato anche dalla criminalità organizzata, è così famosa da essere stata celebrata anche in serie televisive del calibro di “Law & Order” e “I Soprano”, oltre che in un romanzo di Jeffry Archer (tradotto in italiano da Sperling&Kupfer nel lontano 1982 con il titolo Non un soldo di più, non un soldo di meno). Ma come funziona questa famigerata truffa?

Iniziamo spiegando cosa sono le “microcap”: negli Stati Uniti sono considerate tali le società con una capitalizzazione di mercato inferiore ai 250 milioni di dollari. Tra questi ci sono i cosiddetti “penny stock”, definiti dalla Sec (la Consob americana) come le azioni che scambiano a meno di cinque dollari, non sono quotate su Borse nazionali e non hanno i requisiti minimi richiesti alle società inserite nei listini ufficiali.

Le truffe dei “penny stock” di solito si consumano sull’Otc Bulletin Board o sull’Otc Markets Group, già conosciuto come “Pink Sheets”. Entrambi sono mercati over-the-counter, in cui le parti si accordano direttamente sulla compravendita di titoli, senza la supervisione di una Borsa ufficiale: quindi senza qualcuno che fornisca liquidità, mantenga prezzi equilibrati, controlli il rischio di credito legato ai default di una delle parti e in generale garantisca trasparenza negli scambi. Negli over-the-counter non c’è nulla di tutto questo. Sono quindi i posti ideali per architettare le frodi, che pure qualche volta hanno fatto capolino nel più nobile e regolamentato Nasdaq.

Il tipo di truffa più gettonato segue lo schema “pump-and-dump” (“pompa-e-scarica-i-rifiuti”). Sembra incredibile, ma esistono “penny stock” da meno di un centesimo di dollaro, che pure sui mercati over-the-counter hanno scambi ridottissimi. Sono le prede dei truffatori, che prima acquistano grandi quantità di queste azioni a prezzi bassi, poi diffondono voci false su trimestrali strepitose o imminenti acquisizioni utilizzando tutti i mezzi disponibili (newsletter, siti internet, chat, finti comunicati stampa, mailing selvaggio). Essendo azioni illiquide, basta poco per farne balzare in alto il valore: qualche decina o centinaio di ingenui “trader” che si buttano avidamente sui presunti titoli d’oro.

Appena il prezzo è salito abbastanza, i truffatori vendono (sempre agli ingenui compratori) tutte le loro azioni, facendo crollare il prezzo del “penny stock” e lasciando il cerino in mano ai gonzi. I quali per giunta, avendo in mano titoli illiquidi, non riescono nemmeno più a liberarsene. E la frode è servita. Lo schema pare sia stato ampiamente utilizzato dalla criminalità organizzata fino alla fine degli anni Novanta.

Di esempi di “pump-and-dump” nella storia ce ne sono a vagonate. Tra i più curiosi quello del 15enne Jonathan Lebed, che tra il settembre 1999 e il febbraio 2000 (in piena bolla internet) riuscì a guadagnare centinaia di migliaia di dollari proprio con il famigerato schema. Grazie ai “penny stock” il teen-ager riusciva a portare a casa tra i 12mila e i 74mila dollari al giorno, come scoprì la Sec. La pacchia finì nel 2001 con un mega-patteggiamento da 285mila dollari. Altro esempio è quello di 29 manager di Enron, che dall’aprile del 2001 - ben consapevoli del fatto che la società texana fosse marcia fino alle fondamenta per via dei bilanci truccati - costruirono un sofisticato “pump-and-dump” gonfiando il prezzo delle azioni: riuscirono a beffare tutti, analisti compresi, vendendo oltre un miliardo di dollari di titoli in loro possesso. Pochi mesi dopo, in dicembre, Enron finì in bancarotta.

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