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Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita investe nel «post petrolio»

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vision 2030

Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita investe nel «post petrolio»

Il fondo sovrano dell’Arabia Saudita da cassaforte del Regno vuole diventare un player globale dei mercati finanziari. Da qui al 2030 punta ad arrivare a 2 mila miliardi di dollari di asset gestiti direttamente. O attraverso le partnership già attive con Blackstone e SoftBank. E con quelle che verranno - ieri Citigroup ha annunciato che tornerà in Arabia Saudita dopo 13 anni di assenza, per avviare le attività entro dicembre, dopo aver ricevuto la licenza a operare in aprile.

L’Arabia Saudita sta diventando molto attraente per le banche straniere alla luce delle riforme economiche in atto nel paese, primo esportatore mondiale di petrolio, che cerca di sganciarsi dalla sua dipendenza dal greggio. E per l’attesa Ipo di Saudi Aramco, nel 2018, che porterà sul mercato il 5% della società petrolifera e sarà la maggiore Ipo della storia per valore. Il controllo di Aramco passerà dalla monarchia al fondo sovrano che sta già scaldando i motori, preparando strategie e piani di diversificazione economica, in altri settori come l’hi-tech, le tlc, le infrastrutture, le energie pulite.

L’idea è quella di far raddoppiare i rendimenti attuali: «Se guardiamo al portfolio che abbiamo oggi - ha spiegato Yashir Al-Rumayyan, direttore generale del fondo saudita nel vertice Future investment initiative in corso a Riad alla presenza dei principali protagonisti della finanza globale, come Larry Fink di BlackRock, Tidiane Thiam di Credit Suisse, Jean-Pierre Mustier di UniCredit e Stuart Gulliver di Hsbc - i nostri investimenti sono principalmente in equity, mentre noi possiamo migliorare la redditività operando sui mercati obbligazionari internazionali usando la leva finanziaria».

Il target del fondo sovrano è riuscire ad arrivare a un rendimento annuale dell’8-9% nel lungo termine, al 2025-2030. Il rendimento attuale del fondo saudita è di circa il 3%. Il fondo pensionistico della Norvegia, primo al mondo per asset gestiti, ha un rendimento medio del 4% annuo.

Finora più del 90% del portfolio in mano al fondo sovrano arabo è concentrato in investimenti sul mercato domestico. Secondo l’ambizioso piano strategico appena presentato a Riad - un documento di 96 pagine- il fondo sovrano saudita punta ad aumentare gli asset gestiti a 400 miliardi di dollari nel 2020, dai 230 miliardi attuali.

L’Ipo di Saudi Aramco è al centro di Vision 2030, il piano di riforme per diversificare l’economia del primo produttore mondiale dal petrolio. Come ha spiegato ieri il ptincipe saudita Mohammad bin Salman: «L’Islam non è radicale o estremista. L’Islam è moderato. Come saudita, noi diamo il benvenuto e siamo aperti al business».

Gli investimenti del fondo sovrano saudita dal mercato interno si sposteranno all’estero e in altri settori: saranno nell’immobiliare, nelle infrastrutture, nell’aerospazio e nella difesa oltreché nell’alta tecnologia. Una delle prime scommesse, annunciate all’inizio della conferenza di Riad, è la creazione di un’area industriale e di affari sul Mar Rosso, tra la Giordania e l’Egitto, con una spesa prevista di 500 miliardi di dollari.

Tuttavia, i primi passi nella diversificazione dal petrolio e guardando ai mercati esteri d’altronde sono già avvenuti: con Uber e con gli americani di Blackstone Group e i giapponesi di SoftBank il fondo sovrano saudita ha già attivato alcuni importanti investimenti. Si parla, ovviamente, di miliardi di dollari.

A giugno 2016 il fondo saudita ha investito 3,5 miliardi di dollari in Uber, l’azienda californiana leader mondiale nei servizi di trasporto auto via app. Nel maggio scorso i sauditi hanno impegnato 20 miliardi di dollari nel fondo di investimento infrastrutturale di Blackstone. Con SoftBank la fetta di torta più grande: i sauditi hanno investito 45 miliardi di dollari nel fondo di investimento hi-tech gestito dalla società giapponese.

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