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Good banks, occasione per ex soci

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Good banks, occasione per ex soci

  • –Antonio Criscione

La procedura di risoluzione non offre agli istituti che hanno inglobato le banche risolte uno scudo totale rispetto alle pretese di risarcimento dei clienti di queste ultime. Questo perché, almeno in alcuni casi, i primi possono essere chiamati a rispondere per i comportamenti delle “vecchie banche”. A stabilirlo alcune decisioni pubblicate ieri sul sito dell’Arbitro per le controversie finanziarie della Consob(le decisioni sono la n. 165/2017 e le cinque seguenti nella numerazione); dal canto loro, le banche acquirenti - nella fattispecie Ubi e Bper - contano sulla manleva prevista nell’accordo con il Fondo di risoluzione, a carico del quale sarebbero eventuali oneri da contenzioso.

Le decisioni si riferiscono a Banca Marche (che con Banca Etruria e Carichieti sono state acquistate da Ubi, mentre Cariferrara è stata acquistata da Bper: il principio vale però in tutti i casi) e ammettono la legittimazione passiva della banca che ha inglobato quella “risolta”, nei ricorsi avanzati dai clienti di quest’ultima. Questo significa che «i clienti della Vecchia Banca così come avrebbero potuto avanzare pretese risarcitorie nei confronti della Vecchia Banca (in modo del tutto indipendente dal loro status di azionisti e quindi, in ipotesi, anche dopo avere rivenduto le azioni sottoscritte), allo stesso modo non possono non ritenersi legittimati a procedere in tal senso anche nei confronti della Nuova Banca, che – per quanto sopra rilevato – è da ritenersi subentrata, senza soluzioni di continuità, nelle situazioni giuridiche attive e passive facenti capo alla Vecchia Banca, con la sola eccezione di quelle specificamente escluse».

Secondo l’Acf la “protezione” prevista dal Dlgs 180/2015 (quello di risoluzione delle banche) e dal provvedimento della Banca d’Italia del 22 novembre 2015, si riferisce «propriamente all’esercizio di diritti patrimoniali e/o amministrativi incorporati nelle azioni e da queste discendenti - i quali, sì, sono stati intaccati, ove non definitivamente azzerati, per effetto dell’intervenuta procedura di risoluzione - ma che non si possano ritenere inglobate in essa anche pretese (risarcitorie o altro) relative a rapporti contrattuali tra cliente ed intermediario per la prestazione di servizi d’investimento (anche ove aventi ad oggetto azioni emesse dallo stesso intermediario); rapporti che, in quanto tali, risultano unitariamente trasferiti dalla Vecchia alla Nuova Banca e ciò proprio coerentemente con l’esigenza di preservare la continuità operativa dell’azienda bancaria».

Quindi lo scudo non è totale. Nel merito l’Arbitro Consob non ha lasciato aperta la strada a qualsiasi tipo di contestazione. Infatti le decisioni dell’Acf che hanno visto i clienti prevalere riguardano situazioni collegate all’aumento di capitale del 2012 e per le quali la banca rispetto a questi clienti era stata sia emittente che intermediario. In quel caso secondo anche altre decisioni dell’Acf l’informativa che è dovuta al cliente non può essere limitata al solo prospetto che accompagna l’offerta al pubblico, invece è necessario dare loro un’informazione specifica e personalizzata.

In questo modo l’Acf ritiene di aver trovato «un ragionevole bilanciamento tra interessi che possono rivelarsi, anche solo potenzialmente, in conflitto tra di loro, cioè a dire quelli perseguiti mediante la disciplina dettata in tema di risoluzioni bancarie e l’interesse alla tutela degli investitori che, vale la pena di evidenziarlo in questa sede, assume nel nostro ordinamento rilevanza costituzionale». Del resto da Ubi non fanno commenti sulle decisioni: un po’ perché c’era già stata una pronuncia giurisprudenziale di senso contrario, un po’ perché - come accennato - dal punto di vista patrimoniale alla fin fine gli eventuali costi potrebbero essere coperti dal fondo di risoluzione.

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