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Profumo: «Leonardo ha ritrovato la strada della crescita, l’America resta centrale»

«Domani (oggi per chi legge, ndr) presenteremo il piano industriale a investitori e analisti a Vergiate, la fabbrica degli elicotteri. È una scelta voluta: non abbiamo nessuna intenzione di giocare in difesa. Sarà un piano di significativa crescita organica, sostenibile nel medio-lungo termine». Alessandro Profumo, 61 anni, spiega a che punto è la traiettoria del gruppo che guida da maggio. Una traiettoria che ha avuto un punto di caduta il 9 novembre scorso, con un profit warning generato proprio dagli elicotteri e una flessione del titolo, non ancora assorbita, del 20 per cento.

Dottor Profumo, come si trova in mezzo agli ingegneri di Leonardo? Un anno fa, la sua formazione di uomo di finanza in un gruppo manifatturiero è sembrata, ad alcuni, funzionale alla ricerca di un compratore.

Mi trovo bene in mezzo agli ingegneri e certo non sono qui per vendere una delle grandi realtà industriali e tecnologiche del nostro Paese. Il mio è stato, da subito, un mandato di sviluppo. E il nuovo piano lo dimostra. Il contributo che sto apportando è di natura manageriale e riguarda una gestione più coerente ed efficace di una complessità che è insieme organizzativa e produttiva, geopolitica e di mercato.

Un altro tema strategico è la gestione del rischio giuridico. Come vi state muovendo?

Agiamo in continuità. La gestione di processi improntati a maggiore correttezza e trasparenza era già iniziata ai tempi di Alessandro Pansa. Da quando, nel 2013, è diventato presidente del gruppo Gianni De Gennaro, che peraltro ha deleghe specifiche in questo ambito, l’audit si è trasformata in una funzione molto forte, rafforzando le attività in materia di compliance, sustainability e, più in generale, tutte le funzioni e i meccanismi coordinati dall’ufficio legale sono diventati più efficienti e pervasivi.

La Brexit vi preoccupa?

Il nodo strategico è se l’Inghilterra continuerà o meno a partecipare ai programmi europei. Se lo farà, allora la questione assumerà un tono minore. In Gran Bretagna noi abbiamo 7mila dipendenti. Gli inglesi sono pragmatici, sono molto favorevoli all’attività manifatturiera e ci aiutano nelle attività di export. Certo, il discorso cambierebbe se Brexit determinasse un blocco alle maestranze estere e, in particolare, a quelle più qualificate, con un conseguente aumento del costo del lavoro. O se si imponessero dazi, soprattutto per un gruppo come il nostro che fa triangolare componenti, parti e sistemi fra Italia, Polonia e Inghilterra.

«Il problema di Leonardo sono gli elicotteri? E da lì noi ripartiamo»

Siete in corsa per la gara T-X negli Usa. Ha appena fatto un viaggio in Israele, anche per cercare una sponda. Che chance ha Leonardo?

Va innanzitutto ricordato che le forze aeree israeliane possiedono 30 M-346, l’addestratore avanzato che è alla base del sistema T-100 (la soluzione proposta per la maxi-commessa americana, ndr), e sono estremamente soddisfatte. Questo assicura referenze positive ed è un elemento importante in una simile competizione. In teoria, gli altri concorrenti potrebbero applicare prezzi molto competitivi, ma noi stiamo lavorando molto seriamente sul programma e pensiamo che oggi sia il migliore come sistema di formazione. Ciò detto, vogliamo partecipare alla gara con grande attenzione agli equilibri economici ma per vincere.

Che ruolo avrà Drs e che prospettive ci sono per la vostra controllata americana?

In questa gara Drs sarà prime contractor. Per noi resta un asset centrale: sta facendo molto bene nel più grande mercato della difesa del mondo e siamo convinti che continuerà a crescere. Personalmente sono molto soddisfatto anche del meccanismo di proxy (in base al quale il cda viene nominato dal ministero della Difesa, mentre il ceo spetta a Leonardo, ndr), perché ci consente di partecipare a qualsiasi gara della difesa Usa senza alcuna limitazione.

Quale impatto avranno l’America First di Trump e la riforma fiscale?

Drs è americana e siamo convinti che crescerà ancora. La riforma fiscale non avrà un impatto sulla cassa. Noi abbiamo delle perdite fiscali che si svalutano, così come molti operatori. Da qui in avanti avremo una fiscalità favorevole.

Leonardo, capofila di un maxi-consorzio, si è aggiudicata un primo bando di gara per la ricerca Ue. La difesa unica è un’opportunità o un pericolo per l’autonomia delle aziende?

I programmi sulla difesa dovranno essere europei: nessun Paese ha la forza per sviluppare da solo il nuovo Fighter o il nuovo elicottero d’attacco. Dobbiamo unire le forze: oggi l’Europa è più inefficiente degli Usa.

Si è parlato di un vostro coinvolgimento nell’accordo tra Italia e Francia sulle navi militari che vede in campo Fincantieri, Stx e Ng. A che punto è il confronto?

C’è un dialogo continuo con Fincantieri. Restiamo dell’idea che Orizzonte Sistemi Navali, la joint venture che abbiamo già in campo con il gruppo triestino, sia la migliore soluzione possibile per valorizzare la filiera nazionale e sappiamo che il Governo è molto attento.

Il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha auspicato che Italia e Francia rinsaldino la collaborazione su altri fronti, come i lanciatori satellitari. Che ne pensa?

Se si creano situazioni equilibrate, unire le forze è sempre positivo purché si tutelino i saperi dei vari Paesi. Siamo aperti a qualsiasi forma di dialogo nella misura in cui non siamo strutturalmente i junior partner.

Il Middle East è in fibrillazione. Che effetto ha tutto questo sulle vostre prospettive?

È triste dirlo, ma la tensione internazionale provoca inevitabilmente, sul mercato degli armamenti e della sicurezza, un aumento della domanda. In questi contesti, la natura italiana del nostro gruppo è vissuta come qualcosa di positivo. Questa nostra cifra ha una validità generale, al di là dell’incremento o meno della domanda in questa o in quella parte dello scacchiere geopolitico internazionale. In particolare, la presidenza del Consiglio, il ministero della Difesa e quello degli Esteri sono un ottimo supporto. La debolezza del nostro Paese ha un effetto paradossalmente positivo: non siamo minacciosi per nessuno e siamo amici di tutti. In tutto questo, però, c’è una lacuna legislativa: manca la norma sul Government to Government, che non è stata approvata dalla legislatura appena scaduta e che noi auspichiamo arrivi presto a traguardo perché ormai molti vogliono negoziare non con Leonardo, ma con il Governo italiano.

Avete riconquistato l’investment grade con Fitch. Pensa che le altre agenzie rivedranno i giudizi dopo le ultime difficoltà?

Il rating è un tema fondamentale e continuiamo ad avere una focalizzazione forte sulla generazione di cassa e sul controllo del debito. Siamo fiduciosi di mantenere la pagella di Fitch e di riuscire a conquistare l’investment grade, nell’orizzonte di piano, anche con le altre due agenzie.

Non teme una possibile Opa da parte di concorrenti stranieri o di fondi che puntino poi a un breakup delle attività?

Siamo un’azienda strategica protetta dal golden power che rende tecnicamente impossibile un simile scenario.

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