Finanza & Mercati

È l’inflazione il «tarlo» che mina la quiete dei mercati

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indici Usa in recupero dopo i maxi-cali

È l’inflazione il «tarlo» che mina la quiete dei mercati

Operatori sul floor del Nyse (Ap)
Operatori sul floor del Nyse (Ap)

Sulle Borse si è riaffacciata la tranquillità. La volatilità è rientrata nei ranghi, con «l’indice della paura» Vix sceso sotto i venti punti. Il Vix, in realtà, riflette solo le oscillazioni delle azioni dell’S&P500 di New York, ma è ancora da lì che si propagano le ondate di ottimismo e pessimismo che contagiano gli umori di tutti i parterre. Tanto che gli indici azionari americani, che hanno patito di più la correzione di inizio febbraio, sono anche quelli che hanno recuperato di più in settimana (oltre il 5% sul venerdì precedente) e quasi gli unici a tornare in positivo da inizio anno.

Tuttavia, sarà improbabile rivedere la calma piatta e i continui rialzi a cui ci eravamo abituati. Il tarlo che mina la quiete dei mercati è l’inflazione e i suoi effetti su consumi e profitti . Dopo le ultime statistiche negli Stati Uniti e in Germania gli investitori non vogliono più ignorarla: i rendimenti obbligazionari salgono per adeguarsi a tassi di interesse più alti e le azioni corrono di meno, e spesso in ordine sparso, perché non tutte le società possono sopportare senza danni condizioni finanziarie più aspre.

Se poi la spirale inflazionistica sia in grado di surriscaldare l’economia è una domanda che divide gli analisti. Nel frattempo, gli operatori mostrano prudenza e sanno che la liquidità fornita dalle banche centrali è in diminuzione e non sarà più sufficiente per sollevare contemporaneamente tutte le attività finanziarie, almeno non quelle che sono a livelli tirati.

È un fatto positivo che il premio al rischio si tari di nuovo sui valori fondamentali dei titoli, sebbene succeda grazie a correzioni che suonano come sberle, violente e concentrate nel tempo. Però si profila un rischio più grande, cioè che la politica fiscale espansiva venga percepita come un perfetto succedaneo dell’espansione monetaria. La riforma voluta dal presidente Donald Trump in effetti è abnorme (400 miliardi di dollari a bilancio per i prossimi due anni), ma avrà un effetto boomerang sul debito pubblico. In Europa il fenomeno non sarà altrettanto intenso, per la frammentazione degli esecutivi e per i vincoli di bilancio, ma i governi eletti dopo la lunga austerità cercano il consenso allargando le maglie della spesa, spesso pure senza un disegno coerente con la crescita strutturale. Solo che gli utili delle aziende quotate a Wall Street sono già stati rivisti in aumento per incorporare l’effetto di minori imposte e sono a +18% per il 2018, il doppio che in Eurozona, dove si attendono a +9%. In compenso, nel Vecchio Continente la fase del ciclo è più arretrata e i margini per assorbire una ripresa dei costi dei fattori produttivi sono maggiori.

L’euro forte può costituire un freno per le esportazioni e tenere in scacco l’inflazione Ue. Ma tutto dipenderà soprattutto dall’andamento del dollaro. Il biglietto verde trova limiti oggettivi al suo rafforzamento nel differenziale tra investimenti e bilancia commerciale, come spiega Peter Botoucharov di T.Rowe Price. E dalla poca pressione delle materie prime sull’inflazione. Inoltre, si incomincia a pensare che la banca centrale americana non debba essere troppo aggressiva, per evitare di gettare altra acqua sul fuoco della riforma fiscale. Nei giorni scorsi, in concomitanza con la risalita delle Borse, il dollaro ha toccato un nuovo minimo contro euro (il cambio è arrivato a 1,255 come era nel 2014), nonostante il dato dell’inflazione (a +2,1% quella complessiva e a +1,8% quella di base).

Anche i rendimenti obbligazionari, come si è visto di recente, possono ritorcersi sui listini azionari, perché un loro incremento può togliere valore ai guadagni delle società quotate, che con le valutazioni di Wall Street hanno il respiro un po’ corto. Quelli dei Treasury a due anni ora incorporano pienamente i tre rialzi dei tassi in agenda della Fed e trascinano loro malgrado anche i rendimenti europei in una tendenza generale di allargamento del premio al rischio.

Con tutti questi aggiustamenti di segno contrapposto, sarà difficile per i mercati evitare altre fasi turbolente.

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