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Così la «diversità» mette a rischio la governance

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Così la «diversità» mette a rischio la governance

  • –Antonella Olivieri

Con la prossima presentazione dei bilanci entrano in vigore le disposizioni europee che impegnano le società quotate a dichiarare le “politiche di diversità” per la composizione degli organi sociali o a spiegare perché non le si adottano. A differenza dal resto dell’Europa, non sono esonerate dall’obbligo le Pmi (quelle che non superino almeno due dei tre parametri: 20 milioni di totale dello stato patrimoniale; ricavi netti di 40 milioni; 250 dipendenti), che, se intendono derogare alle prescrizioni, è bene spieghino perché. Così almeno ritiene l’Assonime che ha diffuso ieri una dettagliata circolare a riguardo. Per quanto fornisca un’utile guida alle società di Piazza Affari, la circolare non può superare il problema di fondo che ci si trova a dover affrontare quando si tratta di applicare in Italia direttive pensate a Bruxelles per altri ordinamenti. Ed è stato forse per un “errore” di traduzione se la dizione “supervisory body” - che altrove può essere tradotta in consiglio di sorveglianza - sia finita a estendere al collegio sindacale, organo di controllo, le disposizioni sulla diversità. Che significa non solo il genere - in Italia è legge - ma può significare anche l’età anagrafica o il tipo di esperienza professionale. È evidente come sia più difficile declinare la diversità in un organo, di regola, numericamente più ristretto del board. Ma c’è anche un problema di merito, perché a dare indicazioni sulla composizione dell’organo di controllo è l’organo che dovrebbe essere controllato, cioè il cda, eventualmente col supporto dei sindaci. Di fatto le indicazioni del board - che ha sempre una componente maggioritaria - valgono anche per la componente minoritaria, visto che da noi vige l’eccezione - peraltro generalmente apprezzata dal mercato - del voto di lista. Con la conseguenza che - se la diversità è un “valore” che si vuole promuovere a livello continentale - la declinazione locale del principio rischia di peggiorare anziché migliorare i presidi di governance, perché offre alla maggioranza del consiglio lo “spunto” per condizionare in qualche modo minoranze e controllori. Dopodiché l’assemblea è sovrana, ma il “pasticcio” è implicito se, a differenza della prassi estera, non è il consiglio uscente a formulare la lista dei candidati alla successione e la società non ha sposato il sistema monistico

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