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Perché il Qe altera il «termometro» del rischio-spread

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MERCATI E PREVISIONI

Perché il Qe altera il «termometro» del rischio-spread

(reuters)
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Un termometro? Serve (anche) per misurare lo stato di salute. Quando la temperatura sale è il segnale che qualcosa non va. In passato, sui mercati, la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani (soprattutto il decennale) e quelli tedeschi è stata considerata il termometro per “eccellenza”. Si parla, ovviamente, dello spread BTp-Bund. Nel momento di maggiore pericolo per l’Italia (come scordarsi quel settembre del 2011) arrivò al picco massimo di 575 punti base. Orbene: ieri, dopo l’esito delle elezioni che hanno consegnato al Paese nessuna maggioranza, il differenziale è tornato sotto pressione. Ma il pressing è stato contenuto. Tanto che il signor Rossi domanda: perchè? La risposta è articolata. In primis è rilevante la presenza della Banca centrale europea quale acquirente di ultima istanza. La Bce, pure in uscita dal Quantitative easing, continua a realizzare ogni mese lo shopping di 30 miliardi di asset. Di questi la grande parte è costituita dai titoli di Stato. Compresi i BTp. In un simile contesto lo spread viene «anestetizzato», il suo valore segnaletico si “sporca”. È difficile capire realmente quale sia il peso del cosiddetto “profit taking” e, quindi, del maggiore premio al rischio richiesto dal mercato. Non solo. I titoli di Stato italiani sono, a differenza di qualche anno fa, molto più presenti nei portafogli degli investitori retail o istituzionali italiani (circa due terzi del totale). Il che, nuovamente, limita la rilevanza dello spread BTp-Bund quale termometro del rischio-Italia. Di conseguenza gli operatori lo guardano un po’ meno. Pronti tuttavia, se necessario, a farlo nuovamente assurgere agli onori della cronaca.

Ben diversa invece, almeno fino a ieri, è la situazione di altri asset. Tra questi l’azionario, dove la mano della Bce non è presente. Così non è un caso che nell’ultima seduta il Ftse Mib, seppure di poco, sia stato l’unico indice del Vecchio continente a chiudere in rosso. In particolare poi il settore bancario, a torto o ragione considerato una “proxy” del rischio-Italia, ha ceduto oltre il 2%.

A fronte di ciò non stupisce che gli investitori sfruttino le dinamiche delle azioni (anche) per tastare il polso al mercato. In tal senso viene, ad esempio, monitorata la differenza dei prezzi tra il future sul Ftse Mib e il derivato sull’Euro Stoxx 50. In questo caso, è l’indicazione degli esperti, non è valutato l’impatto della variabile/voto solo sull’Italia, bensì anche sulla sostenibilità dell’intero processo europeo.

Al contrario, per monitorare la reale dinamica del Belpaese, diversi operatori tornano a fruttare il BTp. In che modo? Vediamo di spiegarci. È normale, in fasi come l’attuale, che gli arbritaggisti (consapevoli della volontà della Bce di limitare gli effetti sui titoli di Stato) da una parte vadano in acquisto sui nostri governativi; e, dall’altra, vendano l’azionario di Piazza Affari. Un’operatività che, nel momento in cui viene smontata, implica l’eventuale ripresa del listino e il calo (sempre limitato) dei prezzi del titolo di Stato. Una sorta di effetto fisarmonica da seguire passo dopo passo per comprendere l’umore degli investitori. Operatori, i quali, non disegnano neanche i tanto vituperati Credit default swap. I Cds, tanto in “voga” durante la crisi dei debiti sovrani, erano finiti un po’ sullo sfondo. Ora tornano nel radar degli operatori.

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