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Il lungo addio di Lloyd Blankfein, gran capo di Goldman Sachs

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ascesa esplendori di un banchiere

Il lungo addio di Lloyd Blankfein, gran capo di Goldman Sachs

Lloyd Blankfein (Reuters)
Lloyd Blankfein (Reuters)

Dopo quasi dodici anni, il mandato di Lloyd Craig Blankfein come numero uno della più potente banca d'affari degli Stati Uniti, Goldman Sachs, sta per giungere al termine. La fine del suo regno, fra i più longevi nella storia recente di Wall Street, dovrebbe arrivare nel giro di pochi mesi (entro il 2018, secondo il Wall Street Journal) e per la successione non si attendono grandi sorprese: il nuovo leader del branco verrà scelto fra uno dei due attuali direttori generali, Harvey Schwartz e David Solomon, fedeli custodi della corporate culture di Goldman.

La biografia di Blankfein sembra tratta dai grandi romanzi della letteratura americana, ispirata a personaggi partiti dalle origini più umili per arrivare alle massime vette del successo. Nato a New York nel settembre del 1954 in una famiglia di origine ebraica, Blankfein cresce in un complesso di palazzi di edilizia popolare noto come Linden Houses. Suo padre, Seymour Blankfein, lavora come fattorino per il servizio postale mentre la madre sbarca il lunario come centralinista. Il giovane Lloyd guadagna i primi dollari vendendo bibite e hamburger allo Yankee Stadium mentre frequenta con ottimi risultati le scuole pubbliche. Il salto di qualità lo fa venendo accettato ad Harvard, dove ottiene il titolo di juris doctor nel 1978.

La sua strada nella professione legale dura tuttavia pochi anni. Nel 1982 passa alla società di trading sulle commodities Aron & Co, che poco dopo viene acquistata da Goldman Sachs. È l'evento che cambia il suo destino. Viene mandato a lavorare come trader sui metalli a Londra e poi, dal 1994 al 1997, è co-manager della Currency and Commodities Division. Un ulteriore balzo nella sua carriera avviene nel 2002 quando viene scelto come vicepresidente del board ma è la decisione di Henry Paulson di accettare la posizione di segretario del Tesoro nel 2006 a spalancargli la strada verso la poltrona più prestigiosa, quella di amministratore delegato.

Nel solo 2006, l'ex ragazzo cresciuto nelle case popolari e che vendeva bibite allo stadio guadagna l'incredibile cifra di 54,4 milioni di dollari mentre Goldman Sachs riporta un utile di 9,5 miliardi. Sono cifre che testimoniano della corsa folle verso i massimi rendimenti che si era scatenata allora a Wall Street e che di li a poco avrebbe condotto allo scoppio della bolla speculativa e contribuito alla più grave recessione dal secondo dopoguerra.

A differenza di alcuni grandi nomi della sistema bancario americano che non sopravvivono alla drammatica fase di “creative destruction” come Lehman Brothers e Bear Stearns, Goldman ritrova rapidamente il suo punto di equilibrio grazie anche al sostegno giunto dall'investitore più famoso d'America, Warren Buffett, che nel settembre del 2008, poche settimane dopo il collasso di Lehman, investe 5 miliardi di dollari nelle azioni del gruppo. La scommessa risulta tra le più vincenti di sempre considerato che Buffett intasca oltre 3 miliardi di profitti dal suo investimento e che nel 2009 il Financial Times nomina Blankfein come “persona dell'anno” affermando che «la sua banca è rimasta legata ai suoi punti di forza, e ha saputo trarre beneficio senza vergogna dei bassi tassi di interesse e della minore competizione provocata dalla crisi per fare enormi utili sulle attività di trading».

Blankfein si dimostra anche molto abile a districarsi nel “blame game” sulle responsabilità di chi ha contribuito a provocare la crisi e ne ha tratto grossi benefici. Nel gennaio del 2010, nella sua testimonianza di fronte alla commissione di inchiesta sulla crisi finanziaria, il numero uno di Goldman Sachs spiega che considerava il ruolo della banca come quello di un market maker, non come quello di creatore di un prodotto come le cartolarizzazioni di mutui subprime. Agli inizi di aprile dello stesso anno, parlando al Congresso afferma che Goldman Sachs non aveva alcun obbligo morale o legale di informare i suoi clienti che stava scommettendo contro gli stessi prodotti che stava vendendo loro perché non stava agendo nel ruolo di fiduciario.

Il 16 aprile la Sec scuote i mercati denunciando Goldman per aver venduto in maniera fraudolenta prodotti sintetici collaterali legati ai mutui subprime. La montagna tuttavia partorisce solo un topolino, visto che solo tre mesi dopo, a luglio, la Sec e la banca annunciano di aver raggiunto un accordo extra-giudiziale in base alla quale Goldman si impegna a pagare 150 milioni di dollari ma non è chiamata ad alcuna ammissione di colpa.

“Nel quarto trimestre del 2017, riportato a gennaio, il gruppo ha archiviato la prima perdita dal 2011”

 

Blankfein, che poco più di due anni fa è stato in cura chemioterapica per un tumore, rimane dunque saldamente al comando della banca, che pilota lungo gli anni della grande ripresa dopo la crisi finanziaria, gli anni dei nuovi record di Wall Street ma anche dell'insorgere di nuovi competitor, spesso sotto l'insegna del fintech. Nel quarto trimestre del 2017, riportato a gennaio, il gruppo ha infatti archiviato la prima perdita dal 2011 anche a causa di un onere straordinario da 4,4 miliardi di dollari derivante dalla nuova legge fiscale voluta dall'amministrazione Trump. Ma anche al netto di questa voce, il bilancio di Goldman ha suscitato preoccupazione perché i ricavi generati dalla divisione storicamente più forte del gruppo, quella che compra e vende bond, commodities e valute, sono scesi a 1 miliardo, la metà di quanto erano un anno prima.

Ha pesato anche la stanchezza degli investitori dopo anni di mercato all’insegna del toro. Gli investitori, ha detto Blankfein, hanno fatto molte meno operazioni rispetto a quando i prezzi del mercato cambiavano in maniera più rapida e drastica. Per Goldman Sachs (e per il resto del sistema bancario americano) si avvicina forse dunque una nuova fase di trasformazione ma questa volta non sarà lui, l'ex ragazzo prodigio degli housing project newyorkesi, a guidare il cambiamento.

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