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Dossier Facebook, bruciati 75 miliardi. Tim Cook: norme più severe sui…

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Dossier | N. 49 articoliFacebook e il datagate

Facebook, bruciati 75 miliardi. Tim Cook: norme più severe sui dati

(Ap)
(Ap)

Una mazzata da 75 miliardi di dollari. Periodo da incubo per Facebook che a Wall Street ha bruciato 75 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica. Venerdì 16 marzo le azioni del colosso di Menlo Park erano a quota 185,09 dollari. Alla chiusura di venerdì 23 il valore è sceso a quota 159,30 dollari per una capitalizzazione di mercato di 463 miliardi di dollari. A conti fatti 75 miliardi in meno rispetto a sette giorni prima.

Non c’è dubbio che per il gigante social si tratti della peggiore crisi della sua storia, che ha scatenato un’ondata di vendite, ma anche una ridda di dubbi da parte degli inserzionisti. Va detto che per Facebook il rapporto con il mondo degli inserzionisti pubblicitari è stato caratterizzato da qualche scivolone. A settembre 2016 il social fondato da Mark Zuckerberg ha dovuto ammettere un errore tecnico che faceva lievitare in modo artificiale il tempo trascorso dagli utenti sui video. Da qui la decisione di affidarsi al Media Rating Council per avere stime indipendenti. Nei mesi successivi Facebook è finita nuovamente all’indice con l’accusa di errori nella misurazione dei click sui post.

Detto ciò, è anche vero che l'84% della pubblicità digitale mondiale è controllata da Google e Facebook, secondo una stima elaborata dal numero uno mondiale della pubblicità, Wpp. Guardando alla sola Facebook il fatturato da advertising nel 2017 ha inciso per oltre il 98% sul fatturato totale (39,942 miliardi di dollari su un totale di 40,653 miliardi di fine 2016). Il resto, ma quindi poca roba, è imputabile a Payments & Other Fees revenue.

È chiaro che gli strali immediati di Isba, l’organismo che rappresenta le maggiori agenzie pubblicitarie del Regno Unito, non sono da sottovalutare. Una voce che ha destato grande sorpresa è quella di Brian Action, co-fondatore di Whatsapp, servizio di messaggistica aquisito da proprio da Facebook nel 2014 per 19 miliardi di dollari. Il suo tweet «È ora, #deletefacebook» un impatto lo ha avuto e lo sta avendo, eccome.

Di certo il rischio ce l’ha ben presente Facebook se è vero quello che scrive il Wall Street Journal secondo cui alcuni grandi inserzionisti avrebbero deciso di ritirare i loro annunci pubblicitari. Il Wsj cita, fra gli altri, Commerzbank o Mozilla (la società del browser Firefox). Per evitare la slavina Facebook avrebbe quindi iniziato a contattare i grandi player della pubblicità – Wpp, Dentsu e Omnicom – per dare rassicurazioni sul lavoro che si sta facendo e sui controlli. Non sarà facile.

Intanto sulla questione è arrivato anche il commento del numero uno di Apple Tim Cook. «Penso che questa particolare situazione sia così delicata e suia diventata così importante da rebdere probabilmente necessario un regolamento ben congegnato», ha detto Cook rispondendo da Pechino, dove ha partecipato al China Development Forum, a una domanda sulla opportunità di attuare limitazioni all’uso dei dati dopo lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica. Un commento fatto segnalando i timori espressi da temo da Apple sul tema dei dati.

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