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Il future cinese sul petrolio tenta i colossi internazionali

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Il future cinese sul petrolio tenta i colossi internazionali

Il debutto dei futures cinesi sul petrolio ha superato le attese più ottimiste. Il primo giorno di contrattazioni ha visto scambi per oltre 20 milioni di barili, con volumi che in apertura (mentre l’Occidente dormiva) hanno persino superato quelli del Brent. Da subito c’è stata una partecipazione attiva da parte di colossi internazionali del trading, tra cui Glencore, Trafigura e Mercuria. E addirittura una major straniera avrebbe già accettato di sottoscrivere con Unipec, braccio commerciale della cinese Sinopec, il primo contratto di fornitura di greggio con prezzi indicizzati al benchmark di Shanghai: secondo fonti Reuters, sarebbe stata l’anglo-olandese Royal Dutch Shell ad aprire la strada che in futuro – se verrà percorsa anche da molti altri – potrebbe davvero portare all’affermazione del petroyuan.

Per Pechino, che inseguiva da un quarto di secolo il sogno di un “suo” future sul petrolio, non poteva esserci debutto migliore. Molti analisti avevano previsto una partenza ben più graduale, con una partecipazione al mercato limitata alle compegnie locali. In effetti per ora ci sono solo 19 broker stranieri autorizzati a operare alla Shanghai International Energy Exchange (Ine), a fronte di oltre 150 istituzioni cinesi. Ma l’attività è stata comunque intensa. «Fin dal mattino abbiamo visto che sembra trattarsi di un contratto liquido», ha commentato David Martin di JpMorgan Chase, una delle banche occidentali che hanno scelto di operare fin dagli inizi con i primi future cinesi sul greggio, i primi accessibili anche agli investitori stranieri privi di una sede legale in Cina.

Anche sul fronte dei prezzi è stata una seduta movimentata, volatile al punto giusto per attirare gli speculatori. Il contratto più attivo, quello per consegna settembre, nel giro di pochi minuti è balzato di oltre il 6%, per poi chiudere in rialzo del 3,3% a 429,9 yuan, ossia 68,07 dollari al barile, a metà strada tra il Brent, tornato a 70 $, e il Wti, che quota intorno a 65,50 $. Sono stati scambiati 20.328 lotti da 1.000 barili ciascuno, per un controvalore di circa 2,9 miliardi di dollari. Il Brent in marzo ha registrato scambi giornalieri per 285mila lotti al giorno. Ma per i future cinesi è comunque un buon inizio, che induce a ritenere possibile un’affermazione del benchmark in alternativa all’Oman e al Dubai in Asia.

Sarà tuttavia molto difficile, se non impossibile, insidiare i petrodollari. Almeno finché Pechino non cancellerà i controlli sui capitali e dimenticherà l’interventismo sui mercati finanziari.

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