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Tornano a salire i finanziamenti bancari a combustibili più inquinanti

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energia e ambiente

Tornano a salire i finanziamenti bancari a combustibili più inquinanti

(Reuters)
(Reuters)

Il 2017 si conferma come un anno negativo per l’ambiente. Non solo le emissioni di gas serra sono tornate a salire, sulla spinta di maggiori consumi di petrolio e carbone, ma c’è stato anche un aumento dei finanziamenti bancari alle fonti più inquinanti: dopo una contrazione di oltre un terzo nel 2016 – in seguito agli Accordi di Parigi sul clima, ma anche alla crisi nel settore estrattivo – l’anno scorso c’è stata una ripresa dell’11% a 115 miliardi di dollari.

Il passo indietro è registrato dall’ultima edizione di «Banking on Climate Change», rapporto annuale realizzato da una rete di ong, che concentra l’analisi sui 36 maggiori istituti di credito al mondo e sui cosidetti «combustibili fossili estremi», quelli considerati più dannosi per il cambiamento climatico: fondi destinati al carbone (sia miniere che nuove centrali elettriche), all’estrazione di petrolio e gas nell’Artico o in acque marine ultraprofonde, a progetti per il Gas naturale liquefatto (Gnl) in Nord America – area in cui quasi sempre la fonte è shale gas, e per lo sviluppo delle sabbie bituminose o oil sands.

La tentazione di attribuire l’inversione di tendenza all’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca è forte. I dati pertaltro evidenziano un particolare attivismo di due big americani – Jp Morgan Chase e Goldman Sachs – nei settori più “sporchi” del business estrattivo, a fronte di un graduale disimpegno soprattutto da parte dei concorrenti europei, ma anche di quelli asiatici e  persino gli istituti cinesi, che pur restando i peggiori della classe hanno fatto qualche qualche progresso.

A livello globale il quadro è comunque meno negativo di quanto sembri a prima vista. A gonfiare le cifre è stata infatti una serie di operazioni finanziarie nelle oil sands canadesi – tra cui diverse dismissioni da parte delle major petrolifere e fusioni tra società locali – che sono la spia di una forte crisi e non certo di un rinascimento del settore.

Sta di fatto che i finanziamenti alle sabbie bituminose sono più che raddoppiati nel 2017, a 46,7 miliardi di dollari. La parte del leone l’hanno fatta le banche canadesi – in primo luogo Royal Bank of Canada (Rbc) e Toronto Dominion Bank – e Jp Morgan, istituti che non a caso sono balzati al vertice della classifica dei finanziatori dei «fossili estremi», scalzando dai primi tre gradini del podio le cinesi China Construction Bank, Icbc e Bank of China.

Al netto delle oil sands, i fondi destinati ai combustibili più inquinanti si sono ridotti del 17% a 68 miliardi, come fanno fanno notare le stesse ong che hanno realizzato il rapporto, ossia BankTrack, Honor the Earth, Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Rainforest Action Network e Sierra Club.

Anche le estrazioni di carbone hanno goduto di una ripresa dei finanziamenti. In termini assoluti è stata relativamente modesta (+6,5% a 15,1 miliardi di dollari, dopo un crollo del 38% nel 2016), ma quello che colpisce è che abbia visto protagoniste non le banche cinesi, ma quelle occidentali. Tra chi ha aperto maggiormente i cordoni della borsa figurano Goldman Sachs e Jp Morgan, ma anche Credit Suisse, Deutsche Bank e Société Générale.

@SissiBellomo

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