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Primo segnale di vulnerabilità degli equilibri in Europa

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Primo segnale di vulnerabilità degli equilibri in Europa

È passata meno di una settimana dalla pubblicazione del rapporto, molto ottimistico, sull’economia globale elaborato dal Fondo monetario internazionale (Fmi), ma il mercato sembra aver già abbandonato la fiducia e temere, invece, che le previsioni sulla crescita siano troppo rosee, in particolare per quanto riguarda l’economia europea. È probabile che l’analisi del Fondo monetario sia solida.

Ma che al tempo stesso stiamo tutti sottovalutando la vulnerabilità dell'economia europea in vista della fine dello stimolo monetario, delle tensioni commerciali e della divergenza politica ed economica tra i paesi. Considerazioni che dovrebbero essere particolarmente rilevanti nel definire l'agenda politica italiana.

“La crescita globale, cominciata a metà del 2016, è diventata più ampia e più forte”. Queste parole aprono il documento del Fondo che funge da riferimento per l'analisi economica globale. “Le economie avanzate – prosegue lo studio - continueranno a espandersi a tassi di crescita superiori a quelli potenziali sia quest'anno, sia il prossimo”. Una crescita così diffusa nel mondo e così vigorosa non si vedeva dal 2010, un anno di per sé speciale perché l'economia stava rimbalzando dal crollo dell'anno precedente. A soli sei mesi dalle loro precedenti previsioni, pubblicate nell'ottobre 2017, gli analisti del Fondo hanno rivisto al rialzo la crescita delle economie avanzate dello 0,5% per il 2018 e di quasi altrettanto per il 2019. Forse il cambiamento positivo più sorprendente è l'incremento previsto per il commercio internazionale che nel biennio crescerebbe del 2% nonostante le ombre del protezionismo.

L'elemento della fiducia gioca però un ruolo fondamentale nello scenario del Fondo, solo se il quadro roseo previsto nei prossimi due anni è credibile, o creduto, ci si può aspettare un forte incremento negli investimenti, oltre che un livello ancora sostenuto dei consumi. Investimenti robusti sono indispensabili ad aumentare il livello della produttività che a sua volta consente di mantenere più basso (a parità di livello della crescita) il tasso di inflazione. Se l'aumento dei prezzi resta contenuto, anche lo stimolo fornito da politiche monetarie accomodanti non viene meno mantenendo vivo il circolo virtuoso tra stimoli e crescita.

Ma se la fiducia in questo scenario si incrina, tutto può cambiare di colpo. A dimostrarlo è stata l'economia europea che nel giro di poche settimane, a cavallo di febbraio, ha praticamente dimezzato il tasso di crescita di fine 2017. Per quali ragioni? Difficile spiegarlo. Fino al mese scorso, anche la Bce prevedeva una continuazione del tasso di crescita raggiunto lo scorso anno, ma già ora deve riconoscere una fase di “moderazione”. Qualcosa è successo, dunque, ma cosa? Giovedì, Mario Draghi ha fatto riferimento, tra l'altro, al maltempo, a una stagione di scioperi sindacali e all'incidenza delle ferie pasquali. Se queste fossero le cause del rallentamento, se cioè si trattasse di una “moderazione momentanea” rispetto a un tasso di crescita che a fine 2017 era comunque troppo elevato, allora già nelle prossime settimane si vedrà un ritorno parziale verso il ritmo di crescita medio dello scorso anno.

Altri fattori tuttavia possono avere un'incidenza meno temporanea. Tra questi, i rischi per il commercio estero provenienti dalla retorica protezionista americana, diventati acuti proprio mentre l'euro si stava rafforzando contro il dollaro. Un'attenzione particolare merita inoltre l'incertezza politica emersa in Italia negli ultimi mesi, che può aver pesato come fattore di incertezza, così come il conseguente freno all'integrazione economica europea in un contesto in cui tra i paesi ci sarà meno sintonia politica e maggiore divergenza economica di quanta non ce ne fosse nel 2007. Tuttavia, se questo fattore fosse stato decisivo, si sarebbero visti gli effetti sul differenziale dei rendimenti italo-tedeschi che invece è addirittura diminuito.

E' ancora presto per dire quale fattore sia stato più importante nel rallentare la crescita europea. Di certo tuttavia, i dati economici e gli indicatori di fiducia sono caduti insieme e di colpo. La variabilità delle previsioni è cioè diventata più marcata perché l'ambiente economico europeo è oggettivamente più vulnerabile di prima, dovendo uscire dalla speciale condizione degli ultimi anni di eccessivo stimolo monetario e di tassi di interesse troppo bassi. Già da qualche mese gli interventi della Bce hanno un impatto inferiore a prima sull'offerta di credito. In tali condizioni, è difficile immaginare una sensibile espansione della capacità produttiva che invece si sta saturando in paesi come la Germania dove c'è anche carenza di mano d'opera disponibile. Una saturazione dell'offerta dei fattori dovrebbe portare a qualche rialzo dei salari e dei prezzi e questo rende più difficile per la Bce mantenere a lungo i tassi di riferimento a un livello negativo (-0,4%). Quindi minor credito e tassi d'interesse più alti e la Bce come unico fautore della fiducia. Una condizione che non può rimanere a lungo. Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane è in pratica un primo segnale della vulnerabilità degli equilibri europei in assenza di anestetico monetario.

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