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Se la cedola di Piazza Affari batte il BTp

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L'Analisi|oltre due miliardi

Se la cedola di Piazza Affari batte il BTp

Il risparmiatore di Piazza Affari ha messo in tasca questa settimana una maxi-cedola da oltre 2 miliardi di euro. Si tratta della prima tranche di dividendi che le società quotate sul listino milanese pagheranno quest’anno per una cifra complessiva superiore ai 20 miliardi. L’ammontare delle cedole dimostra che le aziende italiane quotate, nonostante le fatiche congiunturali, stanno virtuosamente macinando profitti. Il “dividendo medio” a Piazza Affari è oggi pari al 3,67% e si posiziona tra i più alti a livello europeo, con cedole che in molti casi sono aumentate del 50% nell'ultimo triennio e addirittura del 150% in 5 anni.

Quest’anno la cedola media di Borsa Italiana ha di fatto doppiato il rendimento del BTp decennale (1,8%). Bloomberg vede un incremento medio dei dividendi del 46% entro il 2021. Ma ora che i tassi di interesse sono attesi in progressivo rialzo, a partire da quelli americani, lo scenario potrebbe diventare più complesso. Se guardiamo il mercato nel breve periodo diversi operatori di Borsa ritengono che si trovi ancora maggior valore sul mercato azionario rispetto a quello obbligazionario. Per rendere più attraente il secondo rispetto al primo i rendimenti dovranno salire ancora di molto (la “regola aurea” del mercato dice che si cambia da azioni a bond governativi se il rendimento del decennale va un punto sopra a quello dell'equity).

Se analizziamo l’impatto della cedola negli ultimi dieci anni, quelli della crisi dei mercati finanziari, notiamo che chi ha deciso di investire guardando al dividendo ha avuto un buon ritorno, così come dimostra il grafico della nostra cover story di pagina 4 e 5, elaborato da Intermonte per Plus24.

«Comparando gli indici Ftse All share Total Return (TR) con il Ftse All Share senza dividendo negli ultimi 10 anni — dice Massimo Saitta, direttore investimenti di Intermonte Advisory e Gestione — notiamo che fino al 2011/2012 i due andamenti sono sostanzialmente sovrapponibili: questo dimostra che il dividendo staccato veniva sostanzialmente perso (o meglio riassorbito) dall’indice. Dal 2012 in poi l’indice TR fa invece meglio di quello senza dividendo e lo spread tra i due si sta progressivamente allargando». Perché negli ultimi anni il dividendo staccato non è stato più perso o riassorbito? «La spiegazione — aggiunge Saitta — sta nel rendimento del BTp decennale. Più il rendimento dei dividendi diventa competitivo rispetto al rendimento “free risk” del governativo, più i titoli che staccano dividendo diventano attrattivi e il dividendo non viene “perso” con lo stacco».

Ma quanto durerà questo vantaggio? «Quando parliamo di dividendo — sottolinea ancora Saitta — non possiamo prescindere dal suo concetto base: la sostenibilità. Ci sono società che stabilmente pagano dividendi elevati e sono un buon target per il reinvestimento. Ce ne sono altre che mantengono invariato il dividendo (in percentuale) anche se i prezzi salgono e queste, guardando a una logica di investimento solo per la cedola, sono le migliori. Ce ne sono altre che pagano dividendi straordinari non ripetibili, sotto il profilo del solo flusso cedolare queste sono le meno interessanti».

In una situazione di tassi bassi e senza inflazione in questi anni aver investito guardando al dividendo ha avuto senso. «In linea di massima — aggiunge infine Saitta — l’investitore che ha cercato la cedola è stato premiato perché il quantitative easing della Bce ha compresso i rendimenti, determinando la crescita dei prezzi in particolare su quegli asset che ancora pagavano ricchi ritorni cedolari». Ma ora ci troviamo di fronte a nuovi scenari con i riflettori puntanti sul rialzo dei tassi. Sicuramente per quanto riguarda il trade off tra bond e equity il faro a cui guardare è il rendimento dei T-bond americani che sono orami su soglie importanti, oltrepassate le quali lo scenario potrebbe cambiare. Con riflessi, nonostante ci sia ancora il mantello della Bce, anche in Europa.

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