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Sottovalutati i rischi dei mercati

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italia e ruolo nella ue

Sottovalutati i rischi dei mercati

Quando si vive un periodo insolitamente lungo di tassi d’interesse eccezionalmente bassi e di condizioni monetarie molto accomodanti, ci si può illudere che le condizioni benigne siano destinate a restare sempre più a lungo. Al contrario, una condizione tanto anomala rende più difficile la via verso la normalizzazione. Nella fase di tassi quasi azzerati, gli investitori tendono ad assumere rischi maggiori, in cerca di rendimenti più attraenti di quelli normali, così, quando le condizioni cambiano, i rischi diventano evidenti. Mercati in subbuglio, tassi bassi, Italia senza governo: rischi finora sottovalutati.

La lunga fase di tranquillità dei mercati è finita da tempo. I segnali erano presenti da febbraio e ora si stanno moltiplicando. È stata sufficiente la pubblicazione di un rapporto sul mercato del lavoro americano, da cui risultavano salari in forte aumento - interpretato come un rischio di inflazione maggiore del previsto - per invertire uno dei periodi più floridi che i mercati finanziari ricordino. Da febbraio il mercato azionario americano, che aveva contribuito per circa lo 0,75% alla crescita dell’economia nel 2017, ha subìto una correzione del 10%. A marzo si sono aggiunti segnali inequivoci di tensioni commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina e poi con la Ue. Proprio dal commercio era giunta la maggiore sorpresa positiva nella crescita globale dello scorso anno. I riflessi sugli indicatori di fiducia in tutto il mondo sono stati immediati.

Le tensioni geopolitiche (Nord Corea e Iran) sono diventate concrete per il protagonismo erratico di un presidente americano vicino alle elezioni di medio termine. Il rialzo del dollaro ha reso meno accomodanti le condizioni finanziarie per molti debitori in dollari, pubblici e privati, in tutto il mondo e in particolare nei mercati emergenti. L’esempio impressionante, ma non isolato, dell’instabilità argentina ha preso di sorpresa tutti gli analisti che prevedevano una ripresa nei mercati emergenti e ha portato allo scioccante ritorno a Buenos Aires del Fondo monetario internazionale come prestatore di emergenza.

Quando aumenta la volatilità sui mercati, si innestano dinamiche interne quasi automatiche che, secondo gli esperti, hanno fatto leva su prodotti negoziati in Borsa (exchange-traded product), Commodity trading advisor e in parte sulle strategia basate sulla parità del rischio. I meccanismi che presiedono a questi strumenti, quando cambia di colpo la direzione del mercato, sono forzati a vendere per coprire le perdite. I loro movimenti sono spesso amplificati da fattori di leva finanziaria. Tutto ciò ha sottolineato ancora una volta come l’instabilità dei mercati non possa essere facilmente messa in preventivo finché non si presenta con forme proprie.

Per le banche centrali il problema è duplice, da un lato bisogna uscire in modo molto graduale dalle condizioni eccezionalmente accomodanti degli ultimi anni, ma dall’altro bisogna farlo abbastanza in fretta in modo da ricostituire condizioni di normalità, in pratica tassi d’interesse meno bassi, ed essere in grado di allentare nuovamente il credito una volta che le economie si trovassero in difficoltà. Tutto ciò è reso ancora più difficile dal fatto che dopo un decennio, i bassi costi del denaro non hanno impedito, come ha notato di recente la Bri, un aumento ulteriore del debito complessivo globale in rapporto ai redditi e alla produzione.

In questo quadro si inserisce la potenziale instabilità italiana, uno dei Paesi che nell’ultimo decennio ha vissuto il più forte aumento del debito in rapporto al redito. È augurabile, per l’interesse comune nella tenuta dell’area euro, che nei prossimi mesi e anni la Bce debba parametrare la politica monetaria sulle condizioni italiane, proprio come fece con le condizioni tedesche nel primo decennio dell’euro. Allora la debolezza tedesca suggerì un livello di accomodamento, che ex post giudichiamo eccessivo, e che si tradusse in crediti di cattiva qualità nella periferia dell’euro area. Oggi tuttavia la vigilanza bancaria europea è in grado di limitare fenomeni di cattiva allocazione delle risorse.

Ma dopo dieci anni di rendimenti obbligazionari eccezionalmente bassi, è cresciuta la divergenza nelle preferenze sociali - e quindi politiche - tra Paesi debitori e Paesi che hanno condizioni finanziarie più solide. Questi ultimi ritengono che tassi reali meno anomali di quelli degli ultimi anni siano importanti per mantenere solvibili i sistemi di sicurezza sociale (in particolare pensionistici) nei loro Paesi.

Per l’Italia si apre una fase complessa non solo negli aspetti di politica interna, ma anche in quelli di relazione finanziaria con i partner. Un governo in grado di governare, dovrebbe chiedersi se sia opportuno arrampicarsi su una trattativa molto difficile in materia di governance dell’euro-area, finendo per scontrarsi con la scorretta scansione tra riduzione e condivisione dei rischi che sta isolando l’Italia dalla maggioranza degli altri Paesi. O se non sia più utile puntare a progetti europei di rilancio degli investimenti e del capitale umano nelle aree economiche europee più in difficoltà. Una maggiore omogeneità della crescita sarebbe di comune utilità anche nella politica finanziaria europea, consentendo una normalizzazione dei tassi d’interesse in tutta l’euro-area.

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