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Chiedi chi era Ligresti: ascesa e declino del vicerè di Milano

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la scomparsa del finanziere

Chiedi chi era Ligresti: ascesa e declino del vicerè di Milano

(Ansa)
(Ansa)

Se c'è un aggettivo adatto per descrivere la parabola di Salvatore Ligresti questo è «trasversale». Lui è stato trasversale al tempo, che ha scandito adattandosi a tutti i suoi mutamenti; allo spazio, che ha occupato fisicamente con le sue inconfondibili torri; alla politica, che ha cavalcato con destrezza (almeno sino allo scoppio di Mani pulite); trasversale ai poteri forti della finanza, tanto da raggiungere, attraverso Mediobanca, l'iperuranio del potere laico: il Cda di UniCredit. Salvatore Ligresti ha solcato, navigando di bolina e non senza inciampi, condanne penali e impreviste ripartenze, tutte le stagioni della vita italiana dagli anni sessanta a oggi.

I paternesi sotto la Madonnina
Arriva a Milano dalla Sicilia negli anni 60 e non se ne allontanerà più, innamorato di un amore interessato e corrisposto dai potenti locali. L'uomo dimostra prestissimo di avere capito esattamente il punto di rottura del cristallo dell'ex capitale morale. Si avvale agli inizi della carriera del tutoraggio di alcuni compaesani “arrivati”. Innanzitutto di Michelangelo Virgillito, di Paternò come lui, ex muratore eppoi finanziere, patron della Lanerossi di Schio e della Liquigas (timorato di Dio al punto di far costruire il Santuario della Madonna della Consolazione) e del suo successore alla Liquigas, il calabrese Raffaele Ursini, che condusse il colosso alla bancarotta. E ancora, il paternese, Antonino La Russa, avvocato e padre di Ignazio, di 19 anni più vecchio di lui e in precedenza avvocato di Virgillito.

Lo sbarco in Sai
Fu proprio l'incontro con Ursini, finito in disgrazia dopo il crack, a spianargli la strada per il grande salto: l'acquisto di Ligresti del 10% della compagnia assicurativa Sai. Un'operazione che sancì una profonda rottura tra i due. Ursini sostenne sempre si fosse trattato di vendita con «patto di riscatto»: una sorta di cessione a tempo, con opzione di richiamo incorporata. Ligresti, al contrario, ha sempre rivendicato la piena titolarità delle azioni. La questione finì in Tribunale a Milano. I giudici diedero ragione a Ligresti e Ursini non rivide mai quei titoli. Anche se, anni dopo, tornò alla carica.

Aree d’oro
Da quel momento non abbandonò più il business assicurativo anche se il primo amore restò sempre il mattone. A Milano intercettò gli anni dell'iperattivismo craxiano e del consociativismo. Quel laboratorio politico tutto milanese che vide socialisti e «miglioristi» (l'ala “destra” dell'allora Pci), stretti in un matrimonio nel segno dell'edilizia il cui beneficiario pressoché esclusivo fu proprio lui. Scoppiò il caso delle aree d'oro: su cui indagò il pretore Francesco Dettori. Ma altri furono i magistrati che a più riprese approfondirono le fantasiose varianti al piano regolatore milanese marchiate Ligresti: da Nicoletta Gandus, a Filippo Grisolia. A Padova invece, dove aveva la propria sede un'altra delle aziende controllate da Ligresti, la Grassetto, indagò l'allora pm Ivano Nelson Salvarani, ma per una vicenda diversa: la superstrada di Trieste, il cui manto di cemento, gettato dalla Grassetto, alla prima pioggia diventava viscido e scivoloso come fosse di sapone.

La Milano di Ligresti
Intanto ai quattro punti di accesso al capoluogo lombardo (via dei Missaglia, Milano Certosa, tangenziale est, via Ripamonti) crescevano le famose torri di Ligresti: parallelepipedi a base larga, tozze, tutte simili e tutte accomunate dall'identica «furbata» architettonica ancora visibile: gli ultimi due piani sono «en plein air», non ultimati, però ci sono i piloni idonei a sostenere un futuro tetto. Dunque pronti per essere “ultimati” in men che non si dica.

Sui palazzi costruiti nell'area della ex Richard Ginori (acquistata da Ligresti da Michele Sindona), per somma ironia, svetta ancora oggi l'insegna della Liquigas. Ma quei palazzi erano stati costruiti in assenza di una solida e lungimirante strategia commerciale. Subirono la pesante crisi del terziario di quegli anni e restarono a lungo sfitti o invenduti causando una crisi di liquidità che, senza gli acquisti di svariati enti previdenziali e, soprattutto, senza l'intervento di Enrico Cuccia e di Mediobanca, che fecero quotare in Borsa la holding di Ligresti (la Premafin), avrebbe potuto essere fatale al gruppo.


Il sequestro della moglie
Ma il percorso di Ligresti ha conosciuto anche periodi di alta drammaticità. Nel 1981 la moglie del costruttore, Giorgina Susini, figlia di Alfio, allora provveditore alle opere pubbliche della Lombardia, venne rapita. Era la stagione dei sequestri di persona, il periodo storico immediatamente successivo a quello che vide dal 1973 al 1975, lo sbarco ad Arcore di Vittorio Mangano, lo stalliere di Berlusconi. Due dei sequestratori vennero intercettati e bloccati dalla Polizia all'aeroporto Kloten di Zurigo mentre erano in procinto di scappare in Sudamerica con 100milioni di lire provenienti dai sequestri Susini e Armellini. Quanto è accaduto dopo lo si può leggere a pagina 2909 della ordinanza sentenza del Tribunale di Palermo contro Abbate Giovanni + 706, il maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I tre, Antonino Spica, Pietro Marchese e Giovannello Greco, quest'ultimo vicino a Stefano Bontade a capo della fazione soccombente nel corso della guerra di Mafia contro i corleonesi, vengono individuati. Un commando di uomini armati prima pedina la madre di Spica, poi gli sequestra la fidanzata tunisina, che viene violentata e minacciata di sevizie e torture.

“Salvatore Ligresti ha solcato, navigando di bolina e non senza inciampi, condanne penali e impreviste ripartenze, tutte le stagioni della vita italiana dagli anni sessanta a oggi”

 


Lei riesce a scappare sottraendosi al suo custode. I tre sequestratori invece vengono braccati. Giovannello Greco riesce a salvarsi, Spica viene rinvenuto carbonizzato a Baranzate di Bollate, Marchese viene ucciso a coltellate nel carcere dell'Ucciardone. Ligresti non ha mai commentato né l'episodio né gli articoli di giornale che lo raccontarono, così come ha sempre ignorato ogni illazione che lo vide a più riprese accostato prima ai quattro cavalieri del lavoro catanesi Rendo, Finocchiaro, Costanzo e Graci (gli stessi che, disse il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa nell'ultima intervista concessa a Giorgio Bocca, senza il consenso di Cosa nostra, non avrebbero mai potuto lavorare a Palermo).

Mani pulite e i 112 giorni a San Vittore
Altro inciampo e altra rinascita per Ligresti si ebbe con Mani Pulite. Il 16 luglio 1992 Antonio Di Pietro lo fa arrestare e portare a San Vittore. Ci resta 112 giorni. Il giorno dopo la sua scarcerazione alla clinica Città di Milano, dove Ligresti era stato ricoverato, si presenta in visita un signore dalla sagoma caratteristica: è Enrico Cuccia, accompagnato dall'ad di Mediobanca, Vincenzo Maranghi. Nel simbolismo silenzioso ben noto ai siciliani il messaggio, subito raccolto dall'establishment, è inequivocabile: Ligresti è uomo mio. Ed è proprio durante la sua detenzione che si verificherà un episodio poco noto della vita di Ligresti. Un episodio che lo vede vittima di una vera e propria truffa ordita ai danni del suo gruppo da un faccendiere divenuto poi noto per avere avuto un ruolo centrale nel passaggio di mano della Wind da Enel a Sawiris, Alessandro Benedetti.

Ligresti truffato
Fu proprio durante i mesi che Ligresti passò a San Vittore che Benedetti si attivò attraverso la Magnetofoni Castelli in un nutrita serie di operazione di fatturazioni ingiustificate che provocarono emorragie multimiliardarie dai conti del gruppo a favore di una costellazione di società off shore riconducibili a Benedetti. Ligresti era “impegnato” altrove e non era lì a controllare. Allora si disse che a fare da sponda a Benedetti fosse il manager Fausto Rapisarda, nipote di Salvatore, e suo plenipotenziario, una circostanza mai accertata. Di certo c'è che dopo quell'evento Rapisarda sparì da ogni organigramma del gruppo. Ligresti sapeva anche essere simpatico: con gli inquirenti che lo ascoltavano, questa volta nelle vesti di persona offesa, si schermì sorridendo e allargando le braccia disse: “Che cosa volete che sia. Sono cose che succedono…”

La riabilitazione
Altro inciampo: la vicenda Eni Sai. Una vicenda che lo vede condannato in via definitiva a due anni e quattro mesi. Con la condanna arriva anche l'inibizione a ricoprire cariche sociali: che viene aggirata nel modo canonico: affidando le redini delle società ai figli Jonella, Gioacchino Paolo e Giulia. Poi, trascorsi cinque anni dalla condanna Ligresti fa domanda di riabilitazione al Tribunale di Sorveglianza di Milano. Che, esattamente come per Silvio Berlusconi qualche settimana fa, gliela concede. In seguito venne la travagliata acquisizione di Fondiaria, compagnia assicurativa fiorentina, già di Montedison, da parte di Sai. L'acquisto, fortemente voluto da Mediobanca, si perfeziona con la fusione tra le due società che viene sancita nel maggio 2002.

Le malinconie gestionali
Tutto sembra filare quasi liscio per un decennio. Poi malinconie gestionali di ogni tipo iniziano ad attraversare l'intera galassia dell'ex immobiliarista diventato finanziere. A cominciare dalla Premafin che viene messa nel mirino dalla procura di Milano per una serie di operazioni che fanno sospettare il reato di aggiotaggio e manipolazione di mercato. Tra l'inizio di novembre 2009 e la metà di settembre 2010 un'alluvione di compravendite si riversa sulla Borsa di Milano: oggetto dell'attività un solo titolo: Premafin, appunto, la cassaforte del gruppo Ligresti. Ad agitarsi comprando e rivendendo i titoli erano due trust domiciliati a Nassau (Bahamas), l'Heritage e l'Ever Green, entrambi gestiti dal coimputato e uomo di fiducia di Ligresti, il 75enne Giancarlo De Filippo, immobiliarista abruzzese residente da anni a Montecarlo.

Manipolazioni
Attraverso il fiduciario svizzero Niccolò Lucchini, i trust delle Bahamas acquistano oltre 7,9 milioni di titoli Premafin e vendendone circa 9,6 milioni. Obiettivo il tentativo di sostenere il titolo della capogruppo in un momento di estrema tensione finanziaria che poi sarebbe sfociata nel fallimento delle due società immobiliari del gruppo Imco e Synergia, il cui salvataggio dipendeva proprio dalle azioni Premafin, poste a garanzia dei finanziamenti erogati dal sistema bancario. Da questa inchiesta iniziata dall'allora pm Luigi Orsi (oggi procuratore generale in Cassazione) scaturì una condanna irrogata dal Tribunale di Milano nel 2017. Ma ancora prima era venuta un'altra condanna per uno stralcio della medesima indagine finita a Torino e affidata al pm Marco Gianoglio. Fu proprio per quest'ultima che Ligresti, i figli e alcuni manager del gruppo assicurativo vennero arrestati. La condanna risale al 2016 e riguardava una comunicazione al mercato ritenuta falsa sulla sottostima delle riserve sinistri della Fonsai per l'anno 2010, per una cifra compresa tra i 500 e i 600 milioni di euro.

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