Finanza & Mercati

Borse ostaggio di dazi e politica

  • Abbonati
  • Accedi
settimana finanziaria

Borse ostaggio di dazi e politica

Donald Trump durante una conferenza stampa al G7, in Quebec - 2018. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci)
Donald Trump durante una conferenza stampa al G7, in Quebec - 2018. (ANSA/AP Photo/Evan Vucci)

La guerra dei dazi lascia molti feriti sui parterre. Nonostante un recupero nell’ultima seduta della settimana, infatti, la maggior parte dei listini chiude in perdita sul venerdì precedente, segnando una delle peggiori sequenze degli ultimi mesi. Non ci sono state notizie positive tali da giustificare il tardivo miglioramento di umore degli investitori, visto che sia l’accordo

dei Paesi Opec sulla produzione di petrolio, sia i sondaggi periodici di Markit presso le imprese gettano riflessi chiaroscuri sulle Borse.

Dopo qualche seduta fortemente negativa, tuttavia, gli operatori hanno controbilanciato le esposizioni ribassiste, in attesa degli sviluppi nelle trattative commerciali tra Stati Uniti, Cina ed Europa - che procedono a sessioni sincopate di botta e risposta tra le parti - e dell’Euro Summit del 29 giugno, in cui si discuterà della riforma economica e monetaria e che potrà determinare movimenti sul mercato dei cambi.

Wall Street non è immune alle vendite

Sembra già chiaro, indipendentemente dagli effetti di breve periodo dell’innalzamento delle barriere alle importazioni, che neppure gli Stati Uniti sarebbero risparmiati dalle conseguenze deprimenti del protezionismo, peraltro difficili da stimare e con un impatto esponenziale che va al di là dei volumi ufficiali degli scambi. Lestatistiche dei dipartimenti governativi, infatti, non tengono conto della produzione fuori confine delle multinazionali che rientra in madrepatria (un’azienda americana che assembla i prodotti in Cina, per esempio, li riporta sul mercato Usa come beni esteri). A New York, le grandi aziende del Dow Jones Industrial hanno patito i timori per una spirale di rappresaglie, e il settore auto ha ceduto insieme a quelli europei, trascinati al ribasso dall’allarme utili della casa tedesca Daimler e delle pesanti

imposte sulle vendite di vetture Oltreoceano (annunciate pari al 20% in caso l’Europa non annulli la contro-misura dei dazi sui metalli in risposta a quelli su acciaio e alluminio). Solo le società del comparto energetico hanno goduto dell’aumento del petrolio in scia a una decisione dell’Opec che è sembrata - almeno a caldo - non lasciare spazio a un calo del prezzo del barile.

Le società tecnologiche del Nasdaq e le piccole del Russell 2000, viceversa, continuano ad aggiornare i massimi storici, ma non potranno andare avanti molto da sole; nemmeno con la Federal Reserve disposta a tenersi al fianco dell’economia e non intenzionata a controllare con il rialzo dei tassi con il rialzo dei tassi un’inflazione già al livello obiettivo, che risentirebbe del rincaro di merci, semilavorati e risorse di base importate.

Nei giorni scorsi proprio dal mondo reale a stelle e strisce sono giunti dati macro deludenti, come l’indice dell’attività elaborato dalla Fed di Philadelphia (noto come Philly Fed), che copre un’importante area produttiva, e l’indice Markit manifatturiero, che saggia le opinioni dei responsabili degli acquisti. Entrambi, però, rimangono a livelli robusti e non frenano la corsa irruenta intrapresa dal ciclo Usa.

L'EFFETTO INCERTEZZA SULLE BORSE EUROPEE
Var% dal 15/6/18 al 22/06/18

Europa in un crocevia di tensioni

Le pressioni che gravano sulle Borse europee sono molteplici. Dal fronte economico, le aziende segnalano timidi miglioramenti per l’attività in giugno, ma evidenziano sintomi non benigni di una crescita più lenta, come la rapidità di smaltimento del libro ordini. L’euro più debole, che è arrivato vicino alla soglia di 1,15 sul dollaro nelle ultime sessioni, potrebbe favorirle, sempre dazi permettendo.

Lo scenario politico, però, resta confuso, e l’incertezza mette in guardia gli investitori, che si sono allontanati dalle azioni. Ad eccezione di quelle greche,

galvanizzate dall’accordo sull’alleggerimento del debito pubblico dopo otto anni di supervisione della Troika (+1% la Borsa di Atene) e pure di quelle inglesi (+0,6%), non spaventate dall’aumento dei voti favorevoli al rialzo dei tassi nel comitato della Banca d’Inghilterra; per contro, forse confortati dalla fiducia nella solidità dell’economia del Regno all’avvicinarsi della Brexit.

Focus Piazza Affari

Piazza Affari (-1,2% il saldo settimanale) ha cercato di difendersi con il settore banche in spolvero (+2,2%) in virtù di buone indicazioni riguardo alla pulizia dei bilanci (e alle ricoperture). Ma alla fine non ha potuto resistere al clima avverso in generale, che ha trovato il catalizzatore nelle nomine leghiste al Governo (che però non hanno più valenza euroscettica) e nelle indiscrezioni su dichiarazioni di Matteo Salvini allo Spiegel che metterebbero in dubbio la solidità dell’Europa. L’euro non ha subìto contraccolpi, segno anche che la notizia non sia stata presa in seria considerazione, e ha piuttosto proseguito il recupero dopo aver toccato i minimi. A dare qualche scrollata alla moneta unica ha contribuito una presunta crisi di Governo a Berlino, dove l’esecutivo è spaccato sul tema dell’immigrazione. La confusione e la cacofonia hanno comunque fornito il destro alla fuga nei porti sicuri già in atto: gli acquisti hanno schiacciato il rendimento del Bund, il titolo di Stato tedesco, di nuovo sotto lo 0,35% per l’emissione a 10 anni. Il tasso del Buono decennale del Tesoro, invece, è aumentato sopra il 2,7% e lo spread ha ripreso i 240 punti base (2,4%, la differenza di rendimento chiesta dal mercato rispetto al Bund).

Cina sottotono

Non è andata certo bene alle Borse di Shanghai e di Shenzen (-5% le azioni degli indici più disponibili agli investitori stranieri) che sono nel mirino dei dazi statunitensi. Il dialogo tra il presidente Usa Trump e il premier cinese Li Keqiang prosegue in una forma discontinua di accuse e riavvicinamenti. I dati macroeconomici dell’ex Impero Celeste, però, disegnano un’economia che conta sempre di più sui consumi interni e che, paradossalmente, potrebbe uscire meno ammaccata dei Paesi occidentali da una involuzione economica globale. Pechino, inoltre, sta affinando le sue armi potenti, che sono il totale controllo della valuta, passibile di svalutazione, e un forziere di Treasury americani di cui disporre.

© Riproduzione riservata