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Borsa, quelle «mid cap» italiane che resistono e fanno shopping

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l’inchiesta

Borsa, quelle «mid cap» italiane che resistono e fanno shopping

«Acquisitore seriale». L’imprenditore, che facendo professione di understatement preferisce l’anonimato, descrive così il suo gruppo. La definizione può sembrare eccessiva. Anche un po’ arrogante. Eppure, guardando ai numeri, la realtà è quella. C’è un mondo di medie imprese a Piazza Affari, di cui poco si parla, che ha fatto dell’M&A una strategia (quasi) strutturale della crescita. Certo: il valore delle singole operazioni non è alto. E tuttavia il «Sole 24 Ore», analizzando dal 2017 ad oggi la documentazione di tutte società del Ftse Italia Star e del Ftse Italia Mid Cap, ha trovato che le principali acquisizioni sono 74. Cioè un numero elevato. Anche perché, va ricordato, diverse realtà dei due listini hanno un business che per sua stessa natura non “induce” allo shopping.

Già, lo shopping. Ma quali le principali motivazioni alla base di una simile dinamica? Trovare fili conduttori, anche a causa delle diverse singole storie aziendali, non è facile. E, però, alcuni minimi comuni denominatori possono sottolinearsi. Nel mondo dell’energia, ad esempio, ci sono due multinazionali tascabili che, pure nella loro diversità, portano avanti lo shopping di parchi (o progetti) eolici (più raramente solari) in diverse parti del mondo. Sono Falck Renewables ed Erg. In particolare quest’ultima sfrutta l’M&A per sostenere la crescita dopo il cambio di business (prima l’attività core era la raffinazione di petrolio) avvenuto diversi esercizi fa.

Rimanendo dalle parti dei produttori, o distributori, di Mega Watt e gas non possono, poi, dimenticarsi le utility. Così, ad esempio, Hera e Iren hanno portato avanti diverse operazioni straordinarie. Un M&A che, a ben vedere, trova la comune giustificazione nel consolidamento del mercato domestico. Soprattutto nel settore dell’ambiente e della vendita di energia.

Diverso, invece, il discorso riguardo a gruppi internazionali quali Ima oppure Interpump. Qui le operazioni straordinarie da un lato sono spesso finalizzate a rafforzare la presenza in un determinato settore (per Ima, ad esempio, quello dei macchinari per il confezionamento di tè o caffè); e dall’altro hanno l’obiettivo (anche) di sostenere e sviluppare l’articolazione all’estero del business. Una diversificazione geografica che, tra le altre cose, è finalizzata a slegare il più possibile le sorti aziendali dalle “bizze” del Pil. Tanti imprenditori, infatti, mandano a memoria un leit motiv: «Se un mercato cala è possibile più che controbilanciarlo con il rialzo del business in un altro Paese».

Così non stupisce l’attività di Astm e Sias del gruppo Gavio. L’holding quotata (la prima), tramite Itinera, ha acquisito nel 2017 il controllo di una società Usa nel settore della grandi opere infrastrutturali. Poi, insieme alla controllata (Sias), ha sottoscritto un accordo per l’acquisizione della brasiliana Mgc che ha in concessione 437 Km di rete autostradale. Un’espansione oltreconfine che, per l’appunto, contraddistingue molte altre medie capitalizzazioni: da Autogrill a Cembre fino a Cad It e Fila. Insomma: l’M&A guarda all’estero e, nel mondo delle “mid cap”, non è certo un’eccezione.

Ma non c’è solamente l’attività cross border. Altri “predatori” di Piazza Affari hanno nel radar soprattutto il mercato domestico. Si tratta di aziende, focalizzate sull’Italia che, grazie alla loro posizione di leader, puntano ad incrementare la market share interpretando il ruolo di consolidatori. Esempi? Unieuro. Oppure SeSa. La prima, sfruttando le stesse debolezze dei competitor locali, passo dopo passo aumenta la sua rete di punti vendita. La seconda, invece, fa M&A anche pre crescere in nicchie ad alto valore aggiunto. Diverso infine, pure rimanendo all’interno degli italici confini, il caso di alcune banche o assicurazioni. Qui infatti, da una parte, può esserci la volontà di ampliare il perimetro del business (ad esempio Banca Ifis); o, dall’altra, di trovare nuovi canali per distribuire i propri prodotti (come nel caso di Cattolica Assicurazioni).

Le condizioni di base

Sia come sia, l’M&A delle medie capitalizzazioni è più vivo che mai. Tanto che viene da domandarsi: quali le condizioni generali alla base di un simile trend? Gli esperti richiamano l’attenzione su alcune caratteristiche dei “predatori”. Si tratta di aziende che, durante gli anni della grande crisi, spesso hanno spinto l’acceleratore sulla ricerca di efficienze e del taglio dei costi. Poi, “fatti i compiti a casa” e grazie al migliore contesto economico, hanno «puntato - spiega Nicola Anzivino, partner di PwC - sulla strategia cosiddetta “growth”. Cioè si sono impegnate, anche per meglio sfruttare le economie di scala e di scopo, nel fare crescere il giro d’affari».

Una tattica in cui l’M&A ha giocato, e gioca, un ruolo chiave. L’impostazione, peraltro, è stata «agevolata - fa da eco Marco Giorgino, docente di Finanza Aziendale alla School of management del PoLiMi - da due condizioni, l’una conseguenza dell’altra. La prima, dovuta alle politiche monetarie espansive, è l’enorme liquidità sul mercato. La seconda invece, a fronte dei tassi di mercato quasi inesistenti, è il basso costo della liquidità stessa». Un cocktail di elementi che ha aiutato, anche attraverso l’uso della leva finanziaria, lo shopping.

Sennonché proprio la stretta monetaria, avviata dalla Fed, può fare da freno alle acquisizioni. «Non è detto - dice Anzivino -. Anzi, io sono positivo sulla seconda metà dell’anno. Anche perché i prezzi sono destinati a calare». Cioè? «Il valore dell’eventuale acquisizione è, tra le altre cose, definito in base al tasso di attualizzazione dei futuri flussi di cassa della società target». Orbene: se i saggi di mercato salgono, «contestualmente il tasso in oggetto cresce. Con il che il prezzo dello shopping scende».

Insomma, non vengono a mancare le condizioni perché le mid cap “nostrane” possano continuare a crescere. Un incremento che tuttavia, nel momento in cui la multinazionale tascabile raggiunge una certa dimensione, diventa arma a doppio taglio. Spesso, infatti, il predatore diventa preda. Un problema legato, anche, alla mancanza di politiche industriali che sostengono le aziende italiane? «Parlare di italianità, nei mercati globali, non è semplice. Soprattutto di fronte alle grandissime aziende - risponde Giorgino -. Al di là di ciò è vero che raramente le nostre imprese diventano grandi player internazionali». I motivi sono molteplici. «Tra gli altri, però, può ricordarsene uno: non abbiamo nuove realtà di punta nei settori ad elevata tecnologia. Cioè i comparti che, per la loro stessa natura, da una parte sono contraddistinti da elevati tassi di crescita; e, dall’altra, hanno visto nascere al loro interno le più importanti realtà industriali del nuovo millennio».

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