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politica economica

Investimenti Pa: scendono del 34% in dieci anni ma sale del +16% la spesa corrente

Dopo i migranti, la prossima battaglia europea del governo sarà quella sugli spazi fiscali per rilanciare gli investimenti pubblici. L’obiettivo potrebbe essere quello di spuntare un deficit 2019 intorno all’1,4% (contro lo 0,8% programmato) e tenere l’indebitamento strutturale poco sotto l’1% (invece dello 0,4% scritto nei tendenziali), almeno secondo alcune ipotesi circolate ieri (e giudicate “premature” dal Mef). In ogni caso la flessibilità che il governo ha intenzione di chiedere andrebbe tutta usata per un cambio di rotta sugli investimenti senza il quale, ha sostenuto l’altroieri il comitato interministeriale per gli Affari europei presieduto dal ministro Paolo Savona, è a rischio niente meno che la «sopravvivenza» di euro e mercato comune.

Due giorni prima in Parlamento il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha fissato l’obiettivo di congelare in termini nominali la spesa corrente: una mossa che curiosamente in campagna elettorale era stata ipotizzata solo dal partito più “euro-entusiasta” fin dal nome, +Europa di Emma Bonino, e che per essere attuata in pieno ha bisogno di fermare la spesa pubblica corrente 10,3 miliardi sotto le previsioni attuali (3,3 solo nei ministeri e negli enti centrali). La «discontinuità», ha chiosato Tria, andrà misurata proprio sui numeri che nel bilancio pubblico indicano la spesa corrente da fermare e quella per investimenti da rilanciare.

COME È CAMBIATO IL BILANCIO DELLO STATO
Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore su dati Ragioneria generale dello Stato

Cosa si ricava dalla lettura dei bilanci
E allora è il caso di andare a guardarli, i numeri. Gli ultimi sono quelli del rendiconto 2017 dello Stato approvato la scorsa settimana dal consiglio dei ministri, e sezionati dalla Ragioneria generale in un diluvio di tabelle appena pubblicate. Il Sole 24 Ore le ha elaborate in base alle etichette che individuano natura e finalità di ogni euro: e così le cifre raccontano come gli effetti della crisi di finanza pubblica continuino a pesare sui modi in cui lo Stato sa e può gestire le risorse.

Per capire il sicco della storia bastano pochi dati. Dal 2008 al 2017 il Pil reale è diminuito di oltre cinque punti, la spesa corrente è aumentata del 16,1% e quella «in conto capitale» si è alleggerita del 27,2 per cento. Gli «investimenti fissi lordi» sono il cuore di quest’ultima voce, e sono scesi del 33,6%. Risultato: dieci anni fa andavano al «conto capitale» 10 euro ogni 100 di spesa statale effettiva, l’anno scorso solo 6,6. Le frenate del 2010, 2012 e 2014 hanno seguito l’andamento a «W» della crisi, ma nella ripresa l’encefalogramma è rimasto piatto.

Basta un piccolo passo in più per capire che la questione non riguarda solo Via XX Settembre. Il bilancio dello Stato, grazie all’ultima riforma, riesce a parlare chiaro anche ai cittadini, ai quali mostra le «missioni» che hanno assorbito più o meno spesa pubblica. Ed è l’andamento degli investimenti nelle voci più importanti a spiegare come sono andate le cose. Per le infrastrutture, i 5 miliardi stanziati nel 2017 significano una flessione del 20,7% rispetto a dieci anni fa, e fanno il paio con il -19,8% che si incontra alla casella «mobilità e trasporti»; la «difesa del territorio» fa segnare un -32,2%, mentre il capitolo su «ambiente e sviluppo sostenibile» finisce più che dimezzato (-54%). In controtendenza è la spesa per «competitività e sviluppo delle imprese», che mostra un balzo del 38% e apre la classifica delle «missioni» per valore. Ma la spiegazione è semplice: la voce copre anche gli interventi per la ricostruzione delle attività economiche, e il suo motore sono stati i terremoti degli ultimi anni. In crescita anche lo «sviluppo territoriale», che è legato ai cofinanziamenti per i fondi Ue di coesione e dipende dalla programmazione e dall’efficienza nella spesa.

Sulla spesa corrente, invece, la crisi ha dispiegato i propri effetti sotto forma di aumenti. Al di là della crescita esponenziale degli aiuti per la ricostruzione, il +430% che si incontra alla voce «lavoro» si spiega con gli ammortizzatori sociali che hanno provato a contrastare la caduta dei livelli occupazionali. E per combatterne le ricadute sociali è cresciuta la spesa per il welfare, arrivata a 32,3 miliardi (+24% sul 2007). Non ha bisogno di troppe analisi il +171% dell’immigrazione, mentre il +9,4% delle «autonomie territoriali» non è figlio di un aumento reale dei trasferimenti agli enti. Il grosso è rappresentato dal fondo sanitario, che transita per le regioni ma nasce nei conti statali. Più 10% anche per gli acquisti, nonostante le molte prove di spending review.

E proprio la sanità si annuncia come uno dei terreni minati sulla strada del congelamento della spesa corrente chiesta da Tria. Il contratto di governo chiede di «recuperare tutte le risorse sottratte in questi anni con le misure di finanza pubblica» per «ridurre al minimo la compartecipazione dei cittadini», rialzando nei fatti la spesa in rapporto al Pil. E l’altro snodo saranno i contratti del pubblico impiego, di nuovo da rinnovare dal 2019: pubblico impiego che, con il blocco di assunzioni e stipendi, costa la stessa cifra di dieci anni fa.

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