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Rischio spirale per le valute

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Falchi & colombe

Rischio spirale per le valute

Il protezionismo può innescare anche una guerra valutaria tra gli Stati Uniti e la Cina, con il rischio che l’Europa faccia la fine del vaso di coccio.

Dal punto di vista economico la spirale tra dazi da un lato ed interventi su cambi e capitali dall’altro sarebbe dannosa per tutti, ma questo non abbassa il rischio di una guerra tra monete, perché spesso la miccia è politica, oppure psicologica.

Da ieri sono scattati i dazi degli Stati Uniti su 818 prodotti importati dalla Cina, annunciati dal presidente Donald Trump fin dallo scorso giugno. Con la Cina pronta a passare subito dalle parole ai fatti, un fronte che si potrebbe aprire è quello della guerra valutaria.

Cosa intendiamo? Si parla di guerra valutaria quando un Paese decide di sfidare il cosiddetto “trilemma” della politica economica, che si può così riassumere: con mercati finanziari globali e integrati, una nazione non può godere allo stesso tempo di autonomia della politica monetaria, controllo dei tassi di cambio e completa apertura ai movimenti dei capitali; ogni passo compiuto nella direzione di maggior attivismo in una delle tre direttrici implica un sacrificio in termini di gradi di libertà rispetto ad almeno una delle rimanenti due.

Concretamente, i Paesi avanzati hanno da tempo fatto una scelta: privilegiare l’autonomia della politica monetaria, evitando sia i controlli sui capitali che la politica del tasso di cambio, cioè l’uso attivo del tasso di cambio come strumento macroeconomico.

Questa scelta è stata formalmente sancita nelle sedi istituzionali, come il G-7.

E la Cina? Esattamente tre anni fa – era l’agosto del 2015 - la Banca centrale cinese (Bpc) annunciava l’avvio di una nuova era nella politica del cambio della sua valuta - il renminbi – più coerente con un approccio di mercato.

Quindi: il valore del renminbi sarebbe stato sempre meno condizionato da una politica attiva da parte della banca centrale, e in parallelo sarebbe diminuito anche l’interventismo del governo cinese in tema di controlli dei capitali. L’obiettivo? Puntare a far divenire il renminbi una moneta di riserva per gli scambi mondiali, al pari di dollaro, euro e- in misura minore – yen e sterlina.

È un cammino che la Banca centrale cinese aveva iniziato nel 2005, quando il tasso di cambio del renminbi era passato da fisso a manovrato.

Cosa è accaduto in questi tre anni? Le guerre valutarie sono terminate, almeno formalmente; perché invece – a cicli regolari – è continuata nei fatti la disputa su quali manovre considerare atti di guerra valutaria?

Il dibattito era in realtà ripreso nel 2013: i Paesi emergenti – in particolare il Brasile – avevano puntato l’indice contro le politiche ultra espansive messe in campo dai Paesi avanzati, che dovevano affrontare i loro problemi recessivi e di bassa crescita. Le politiche monetarie espansive degli avanzati creavano contraccolpi negativi negli emergenti: minor competitività delle merci, crescita del debito emesso in valuta estera.

E arriviamo ai giorni scorsi: la guerra dei dazi ha innescato un pesante fattore di incertezza geo-politico nella dinamica degli scambi mondiali. Ne ha fatto le spese il valore del renminbi, che ha registrato il minimo storico nei confronti del dollaro. La Banca centrale cinese finora a ieri era intervenuta a parole, annunciando ai mercati la sua sensibilità alla stabilità del renminbi; ieri dalle parole è passata ai fatti.

Ci sarà una spirale? In generale le guerre valutarie non convengono, perché in termini squisitamente economici sono molto rischiose.

Per almeno due ordini di ragioni. Innanzi il “trilemma” vale ancora: una guerra valutaria può significare sacrifici in termini di politica monetaria e/o di apertura ai movimenti di capitali.

Entrambi sono fronti su cui la Banca centrale cinese deve camminare sulle uova.

Una guerra valutaria implicherebbe una politica monetaria più restrittiva, in una fase congiunturale in cui la crescita cinese mostra qualche pausa; oppure occorrerebbe tornare in dietro sui controlli dei capitali, e sarebbe l’ennesima giravolta cinese sul tema.

La seconda ragione riguarda l’efficacia stessa della politica valutaria. Oggigiorno i movimenti di breve periodo dei prezzi finanziari, incluse le monete, dicono sempre meno. Sperare in effetti automatici ed immediati del cambio sull’economia reale è sempre più un concetto sfuggente.

L’economia reale è fatta da catene di creazione del valore; tanto più la catena è internazionale, tanto più gli effetti di variazione nel valore relativo tra euro, dollaro e renminbi sono tutt’altro che scontate.

Insomma, chi fa partire una guerra valutaria deve avere una forte propensione al rischio, motivata da ragioni che possono essere politiche, o psicologiche, o il combinato delle due. La politica del cambio può avere un significato meta-economico, che la trasforma in una bandiera, o peggio in un feticcio.

Soprattutto quando si hanno problemi interni, identificare un nemico esterno, magari con una finta aritmetica economica, può essere una strategia vincente.

Il recente dibattito sull’euro in Italia ne è stata una prova. Come lo è la politica dei dazi di Trump. Quindi la guerra valutaria può partire, anche se danneggia tutti.

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