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Marchionne, il manager che cambiò Fiat e un po’ l’Italia

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il personaggio

Marchionne, il manager che cambiò Fiat e un po’ l’Italia

(Reuters)
(Reuters)

Sergio Marchionne se ne è andato. Rimane la sua eredità, consistente e radicale. Una eredità con una doppia, ambivalente, natura: Marchionne è stato sia un uomo di sistema sia un outsider. Negli Stati Uniti e in Italia. Allo stesso tempo un capobranco e un maverick, i capi di bestiame privi di marchio lasciati liberi di correre nelle praterie del Far West.

Il manager italocanadese ha modificato profondamente l’industria dell’auto internazionale. In questo non è stato mai solo. Lui è l’ultimo di uno schiatta di manager provenienti da altri settori che, poco per volta, dagli anni Novanta hanno preso piede in una industria dominata per un secolo dai car guy, i ragazzi dell’auto americani e tedeschi, per lo più ingegneri cresciuti con l’ossessione della produzione e delle tecnologie e senza esperienze in altri campi.

Il manager italocanadese ha lasciato un segno indelebile nella economia, nella società e nella politica italiane. In questo, da un certo punto in avanti, è stato solo. Ma soltanto da un certo punto in avanti. Nei suoi primi anni, ha infatti operato insieme alle banche e ai sindacati del nostro Paese per evitare il disonore del fallimento alla Fiat. È stato un autentico uomo di sistema, in grado di collaborare pienamente con le banche che hanno garantito alla Fiat e alle finanziarie degli Agnelli Elkann il sostegno necessario e capace di tessere relazioni proficue e personali con i sindacalisti italiani, perfino quelli della Fiom-Cgil. La scossa al corpo morto della Fiat non si poteva dare senza l’accordo – o, almeno, la stima e il rispetto reciproco – del sindacato. Di tutto il sindacato. È il periodo del “Marchionne socialdemocratico” che piace alla sinistra. In realtà, dietro quella formula si cela un “Marchionne manifatturiero e produttivista”, che sa che la Fiat si risana ripartendo dalle fabbriche, e si riflette anche la sua identità personale: figlio di un carabiniere, con simpatie giovanili di sinistra e senza alcuna sottomissione o senso di inferiorità verso il corpo elitario novecentesco che fino ad allora aveva dominato da Torino, per un secolo, il Paese.

Poi, nel 2009, capitano due cose. La prima è che convince Barack Obama a cedere la Chrysler alla Fiat. La seconda è che non riesce a indurre la Merkel e il sindacato tedesco a dargli la Opel. Il fallimento del progetto a tre fulcri –Italia, Stati Uniti e Germania – porta alla definitiva americanizzazione della Fiat. I referendum del 2010 di Pomigliano d’Arco e di Torino e l’uscita nel 2011 da Confindustria sono il risultato dell’ingresso della globalizzazione nelle fabbriche italiane, con l’idea che la contrattazione nazionale sia un non senso logico, non comprensibile dagli investitori internazionali e inadatto a gestire organismi manifatturieri e finanziari internazionalizzati. E nell’organismo Fiat-Chrysler inizia a scendere rapidamente la quota – sul fatturato e sugli addetti – dell’Italia, che alla fine si attesterà – per entrambi gli indicatori – sotto il 10 per cento.

Lo scontro con la Fiom sfiora la violenza, almeno verbale. E si ripercuote sul suo rapporto con il Paese. È di allora la frase, pronunciata di fronte alle accuse di incostituzionalità delle nuove relazioni industriali Fiat a un convegno dei Cavalieri del lavoro: «In Italia qualcuno ha aperto le gabbie e sono usciti tutti».

Marchionne è, in Italia, solo. Ma, in quel momento, non lo è negli Stati Uniti. Non solo per il rapporto con Barack Obama, che vede in lui il manager che ha evitato l’assorbimento di Chrysler in una delle due altre case automobilistiche di Detroit e l’attuatore del suo neo-ambientalismo industriale basato sulla introduzione negli Stati Uniti di automobili più piccole e con consumi più bassi. Marchionne è un uomo di sistema anche per via del legame con lo Uaw - lo United Auto Workers – che cede alla Fiat quote crescenti di Chrysler alla Fiat e che diventa una sorta di funzione aziendale aggiunta in azienda. Qua lo scontro con la Fiom è durissimo. Là lo Uaw è il principale partner di Marchionne per ribaltare le vecchie (e inefficienti) logiche di gestione degli impianti. Gli operai e i sindacalisti americani amano Marchionne più dei funzionari e dei dirigenti industriali di vecchia scuola, che si ritrovano tagliati fuori dal World Class Manufacturing, metodo di gestione comune dei plants fra Michigan e Ohio.

Marchionne, dunque, affina nel tempo questa sua natura elementare e ambigua, articolata e nitida. In Italia, le classi dirigenti raccolte intorno a Matteo Renzi, soprattutto nel periodo della “rottamazione” antisistema, guardano con ammirazione la sua capacità – industriale, finanziaria e di diritto societario - di creare dalla Fiat e da Chrysler la Fca e di essere parte integrante del grande cambiamento americano incentrato su Barack Obama. In questo passaggio – fra il 2012 e il 2015 – in Italia Marchionne è più “cercato dagli altri” di quanto non sia “con gli altri”. E raccoglie non poche critiche. In particolare, i suoi progetti industriali di miglioramento del paesaggio industriale italiano – con la valorizzazione di Alfa Romeo e di Maserati – non sono apprezzati da chi ne osserva la continua rimodulazione al ribasso: il polo del lusso, già ipotizzato nel 2014 all’incontro con gli investitori a Auburn Hills, diventa sempre più sottile e aereo, i numeri prospettati non si raggiungono, il desiderio di un corpo a corpo con i tedeschi – un modello di Alfa per ogni modello di Bmw – si trasforma in una chimera.

Marchionne è, negli Stati Uniti, un uomo solo nel 2015. Il progetto di fusione con General Motors non incontra i favori del management di quest’ultima, delle classi dirigenti della Detroit Area e del Michigan, della presidenza americana e di Wall Street. È, quella, la mancata chiusura del cerchio del suo progetto imprenditoriale.

Marchionne è morto ieri. Ha detto John Elkann: «L’uomo, l’amico se ne è andato». I discorsi di Marchionne erano densi di riferimenti letterari. Un paio di volte ha citato Emily Dickinson. Chissà se ha mai letto i suoi versi: «Ha una sua solitudine lo spazio, solitudine il mare e solitudine la morte».

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