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Quel giorno in cui Marchionne mi disse sorridendo: «non rompere i…

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Il ricordo del cronista

Quel giorno in cui Marchionne mi disse sorridendo: «non rompere i c...»

L'appuntamento è in un albergo di Amsterdam alle nove di mattina. Uno di quegli anonimi casermoni, cemento e vetro, travestiti da location a cinque stelle. Il Radisson Blu Hotel a due passi dall'aeroporto Schiphol. Un venerdì mattina. Il 13 aprile scorso. In programma c'è una lunga lunghissima giornata di lavoro per Sergio Marchionne, John Elkann, tutto lo staff del gruppo Fca al seguito. Tra un paio d'ore comincia l'Assemblea degli azionisti di Fca. Seguita da quella di Cnh Industrial. E poi da quella di Ferrari per approvare i conti dell'anno. Dopo, nel pomeriggio, ci saranno le conferenze stampa. Per me è la prima volta nel circo dei giornalisti che seguono Marchionne e Fiat Chrysler.

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La hall dell'hotel oggi è divisa in due zone, con confini invalicabili e discreti ma muscolosi bodyguard con l'auricolare acceso. Da una parte si svolge l'assemblea degli azionisti, a porte chiuse. Dall'altra ci sono gli uffici con lo staff e le salette che ospitano i giornalisti, in gran parte italiani, che seguono in diretta video lo svolgimento dei lavori, tutti in inglese, della società automobilistica ormai italo-americana e di diritto olandese. Il Lingotto ha tutta un'altra livrea, rispetto a questo albergo anonimo. I luoghi parlano. Hanno una loro vita, un loro respiro. Ma così è. Qui si svolge il rito della messa cantata di una società simbolo un tempo del capitalismo italiano, delle rivendicazioni sindacali, dei cancelli e degli scioperi, degli Agnelli e dell'Avvocato, dell'orgoglio nazionale quando i politici dicevano autarchicamente di acquistare le Ritmo e le Panda per sostenere l'industria e i suoi lavoratori, ora diventata multinazionale. E gli italiani lo facevano.

Prima fotografia, primo ricordo. Pochi minuti dopo il mio arrivo da cronista incuriosito, arriva nella hall del Radisson il manager con il pullover e gli occhiali alla Harry Potter. Trafelato, in disordine. A 300 all'ora, come era lui. Un re in maglioncino. Con la faccia “che ricorda il crollo di una diga” per citare De Gregori, dopo una notte di viaggio passata in aereo privato a volare da un lato all'altro dell'Oceano. Dietro di lui silente, mariana quasi, qualche passo indietro la fedele compagna Manuela, quasi a proteggere con lo sguardo i suoi passi. Marchionne viene accolto dalla solita folla di cronisti con il microfono e il taccuino. Lui si ritrae. Prende tempo. «Scusate vado a dormire un paio d'ore a farmi una doccia e ci vediamo dopo».

Seconda fotografia, più o meno otto ore dopo. Le tre assemblee sono terminate. Un tour de force interminabile a presentare dati, relazioni e a rispondere colpo su colpo alle domande degli azionisti. Alcune centrate. Sul pezzo. Altre, a volte, surreali presentate da piccoli azionisti piemontesi, personaggi che sembrano essere qui più per far scena e disturbare il manovratore che per altro. Tra gli azionisti quest'anno c'è anche un mio ex collega, Andrea Malan. Giornalista del Sole 24 Ore, in pensione da poche settimane. Per tanti anni si è occupato di auto e di conti per il mio giornale. Ora collabora con un sito di settore molto seguito dagli addetti ai lavori, che non è accreditato in sala stampa. Così quando Andrea appare tra i questionanti durante l'assemblea degli azionisti, nella saletta stampa si leva quasi un sussulto di orgoglio di categoria: «Guarda qua che grande, pur di fargli delle domande si è accreditato come azionista», sussurra qualcuno tifando per il mio ex collega di stanza.

Finiti i lavori, Marchionne e Elkann arrivano dunque in sala stampa. Seguiti dallo staff della comunicazione e, a distanza, anche dalla compagna del manager italo canadese. Pane al pane. Vino al vino. Marchionne è abruzzese come me. Non ha mezze parole e inizia i lavori prendendo in giro tutti i giornalisti per la presenza di un “infiltrato” tra gli azionisti in assemblea. Risate. Quando arriva il mio turno, gli faccio una domanda diretta. A cui sarà difficile rispondere a metà. Pane al pane. Vino al vino. Mi presento. Presento il giornale per il quale lavoro. E poi, dritto: «Sarà X il suo sostituto o Y?».

«E dai, non rompere i c…» e gli scappa un sorriso. Poi torna il manager istituzionale: «Lo ripeto: il mio sostituto sarà un manager interno, il cambio avverrà dopo la prossima assemblea degli azionisti. Il nome lo saprete allora».

Non posso dire di aver conosciuto Marchionne come tanti colleghi che lo hanno seguito per anni in lungo e in largo. Ma in quella risposta, in quell'empatia ritrovata negli occhi per un istante, al di là delle parole e del gergo, resta un contatto e un'immagine di un manager geniale, tutto genio e sregolatezza, un irregolare, come la sua vita a 300 all'ora. Nel mio piccolo la consapevolezza di aver seppur per pochi attimi incrociato un grande uomo. Privilegi di un lavoro, quello del giornalista, storico del quotidiano, che spesso si consuma in lunghe giornate di lavoro grigio in redazione ma a volte, come quel venerdì mattina nell'albergone all'aeroporto di Amsterdam, regala momenti che restano indelebili. Tra i ricordi più belli.

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