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Alberto Dal Poz su Marchionne: «Ora la sfida è tenere viva la sua…

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Parla il presidente di federmeccanica

Alberto Dal Poz su Marchionne: «Ora la sfida è tenere viva la sua passione senza limiti»

Quando nel 2004 Sergio Marchionne approdò ai comandi del Lingotto, Alberto Dal Poz era da poche settimane presidente del gruppo Giovani imprenditori dell’Unione industriale di Torino. Oggi è alla guida di Federmeccanica, e la Co.Mec di cui è ad - Pmi metalmeccanica con sede in Bassa Val Susa - è passata da 60 a 90 addetti. Quanto basta per aver fatto del manager «una figura capace di scandire le grandi scelte che ho affrontato da imprenditore: per molti aspetti è stato una guida, perché era colto e presente, sempre». Non un dettaglio, anzi. «L’improvvisa scomparsa di Marchionne è stata uno shock perché fino a ieri aveva incarnato il manager che non manca e non si ammala mai. Aveva troppe responsabilità per permetterselo, e invece dall’oggi al domani ha dovuto essere sostituito». Un gelido bagno di realismo, «che mi ha ricordato la morte di un altro grande imprenditore, Andrea Pininfarina, facendomi pensare che troppo spesso programmiamo come se la vita fosse infinita».

Classe 1972, 4 figli, Dal Poz di Marchionne ricorda le battute prima ancora degli incontri, spesso per i corridoi della sede dell’Unione. Ce n’è uno, però, rivelatore: «Un paio d’anni dopo il suo arrivo in Fiat chiese di incontrare alcune persone vicine all’associazione, e ci trovammo a pranzo al Lingotto. C’era anche il mio successore al gruppo giovani, Andrea Romiti, e Marco Lavazza. Lo tempestò di domande per capire come funzionava il mercato del caffè, lui che conosceva così bene Nestlè voleva capire come avesse fatto a sfondare un’azienda come Lavazza, famigliare e torinese proprio come la Fiat».

Doveva essere un pranzo, a metà pomeriggio erano ancora tutti lì: «Trasmetteva una passione e un attaccamento incredibile per la maglia. Quando parlava dei prodotti ci metteva molto più dell’impegno dovuto ma la passione dell’imprenditore: in questi anni l’abbiamo considerato vicino per questo». Per chi vive nella filiera automotive, poi, c’è la riconoscenza per aver avvicinato l’America, abbattendo molte barriere psicologiche: «Il radicamento di Fiat in Chrysler ci ha confermato che quello del Michigan è uno dei distretti più simili ai nostri, con una struttura basata su Pmi che non possono fare a meno di collaborazioni e partnership. È stata una svolta culturale, che ci ha incoraggiato e motivato».

“L’improvvisa scomparsa è stata uno shock perché fino a ieri aveva incarnato il manager che non manca e non si ammala mai. Aveva troppe responsabilità per permetterselo”

 

Certo, proprio l’avventura Chrysler ha allentato i legami tra Marchionne e Torino, o l’Italia. «Ultimamente ci si incrociava di rado, ma quando accadeva trovava il modo di chiedermi come andavano le mie attività negli Usa, o di parlare di auto». Perché intanto aveva costruito una competenza e un trasporto tali da renderlo in tantissime occasioni «un appassionato che si incontra con un altro e si sofferma su dettagli per appassionati». Una passione della testa e del cuore, senza limiti. E qui sta molta della straordinarietà dell’uomo: «Ora la sfida, dentro e fuori Fca, è quella di tenerla viva».

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