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Marchionne e quella voglia di scommettere che piaceva al mercato

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il tonfo di fca

Marchionne e quella voglia di scommettere che piaceva al mercato

(Ansa)
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«Se vinci tutte le scommesse, significa che non hai fatto molte scommesse». Parola di Sergio Marchionne. E prima lezione per il suo successore Mike Manley: se il nuovo capo azienda di Fca si fosse ricordato ieri del significato e del valore che Wall Street diede proprio a quella frase di Marchionne, la reazione dei mercati al suo debutto da amministratore delegato sarebbe forse stata diversa. E il titolo Fiat, forse, non avrebbe perso oltre il 15%.

Per capire le ragioni alla base del clamoroso tonfo borsistico di ieri, infatti, non basta solo la delusione del mercato e degli analisti sull'inatteso taglio degli obiettivi di crescita degli utili e dei ricavi della Fca. Malgrado il reiterato impegno di Manley a dare continuità alle strategie di Marchionne, il vero problema emerso ieri è la discontinuità caratteriale e di stile manageriale tra il nuovo top manager inglese e il suo mentore scomparso. Manley, per analisti e investitori, ha pagato il prezzo del ritorno del management Fiat a un approccio dialettico e finanziario di tipo “tradizionale” con gli investitori di Borsa: Marchionne, come testimonia quella frase sulle sfide, aveva capito bene che il valore di un gruppo automobilistico come Fiat Chrysler non può crescere se l'attenzione del mercato si concentra solo sui fondamentali finanziari e sui risultati di vendita e di utile nel breve periodo. Per far dimenticare alla Borsa le fragilità strutturali del gruppo italo-americano, Marchionne ha dato agli investitori la forza del proprio carattere e la certezza di una visione strategica di lungo periodo.

Ma c'è anche di più. Nella conferenza sui risultati di bilancio, un analista ha chiesto a Manley se la decisione di tagliare gli obiettivi di crescita fosse stata presa da Marchionne, o se quanto meno ne fosse stato informato. La risposta del nuovo ad è stata laconica più che evasiva: con grande onestà e trasparenza, ha detto che le nuove stime sono il frutto di decisioni del nuovo management, aggiungendo di non poter dire con certezza se Marchionne avrebbe fatto altrettanto. Da quel momento in poi, i titoli sono caduti in picchiata: lanciare ogni giorno nuove sfide non sembra più nei programmi e nel carattere del vertice Fiat. Di qui, nasce poi un'altra considerazione: la sfida più importante mancata da Marchionne è stato il tentativo di unire Fca in matrimonio con un grande concorrente. Marchionne ci ha provato per quasi 10 anni, alimentando così una febbre speculativa che ha via via preso forza grazie alle diverse operazioni finanziarie che aveva messo in atto sugli asset del gruppo: dallo spin off di Ferrari e Cnh, agli scorpori di attività non strategiche fino al progetto di quotazione di Magneti Marelli che è ancora da completare.

In altre parole, Marchionne ha fatto decuplicare il valore del titolo Fca soprattutto con manovre tese a rafforzare più il legame con i soci e il mercato finanziario che con il mercato dell'auto in senso stretto. Nell'ultimo, Marchionne è sembrato più orientato a garantire l'indipendenza di Fca che a unirla in matrimonio: del resto, nessun top manager di case concorrenti è sembrato avere il coraggio di avviare un negoziato di fusione con il manager più temuto e rispettato dell'industria automobilistica. Manley può garantire la continuità di strategie, ma non la stessa visione e forza caratteriale del suo mentore: annunciando solo le stime di ricavi e le aspettative di profitto, Manley ha riportato il mercato e la stessa Fca con i piedi per terra, subendo così non solo il contraccolpo della sua trasparenza sugli obiettivi industriali ma anche l'incertezza su quali sfide intende avviare, quale futuro vede per Fiat e quali aspettative devono alimentare la crescita del titolo Fca. Senza un cambio di passo le azioni continueranno a cadere. E la stessa Fca rischia di finire sul piatto di un concorrente sotto forma di spezzatino.
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