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Il risparmio dev’essere sovranista? Luoghi comuni e leggende sui…

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tra benchmark e rating

Il risparmio dev’essere sovranista? Luoghi comuni e leggende sui fondi comuni degli italiani

Cosa accadrebbe se chi gestisce il nostro risparmio volesse scommettere contro l'Italia? Questa ipotesi – lo diciamo subito, davvero remota per parecchie ragioni che vedremo tra poco – è stata di recente evocata da alcuni esponenti politici che hanno espresso preoccupazioni “sovraniste”, in particolare alla luce del passaggio in mani non italiane di alcune società di gestione del risparmio, settore che complessivamente amministra circa 2mila miliardi di euro. Lo scorso anno, ad esempio, Pioneer Sgr è stata ceduta da UniCredit ad Amundi, colosso francese del risparmio. “Non è che, dalla sera alla mattina, a Parigi possono decidere di mandare all'aria l'Italia e i suoi titoli di debito, utilizzando il risparmio degli italiani stessi?”, qualcuno si è chiesto. La mancanza di sovranità monetaria, si legge talvolta sui social, ha fatto perdere all'Italia la piena autonomia della politica economica (vagliata da Bruxelles), rendendo di conseguenza una politica fiscale senza leve né veri margini operativi. Battessimo noi la nostra moneta, dicono alcuni, potremmo ricomprare il nostro debito, senza rischiare di cadere sotto i colpi delle speculazioni altrui, un po' come il Regno Unito o il Giappone. Un tema che fa presa, ma che non trova motivi del tutto fondati, soprattutto quando si cerca di correlare risparmio privato e rischi nazionali. Ma andiamo con ordine.

Chi ha in mano il debito pubblico italiano
Attualmente solo il 6% dei titoli di debito italiani è detenuto direttamente da risparmiatori italiani (o tramite gestioni patrimoniali in capo a loro); il 27% lo hanno le banche, il 17% le assicurazioni e il 16% la Banca d'Italia. il 32% dei BTp e degli altri titoli di Stato tricolori è invece in mani estere: sono singoli risparmiatori ma soprattutto banche, assicurazioni, fondi sovrani. A loro va ogni anno una quota proporzionale degli interessi sul debito: circa 17 miliardi di euro nell'anno in corso. Nel 2011 la quota aveva toccato il 50%. Al picco della crisi di fiducia nei confronti dell'Italia gli interessi sul debito (che all'epoca era più basso) pagati solo agli stranieri furono oltre 40: un salasso pari a tre leggi finanziarie. Nei giorni in cui Berlusconi si dimise quel salasso rischiava di salire ancora vertiginosamente.
Avere circa un terzo del proprio debito in mani estere è un rischio eccessivo? Forse. Sicuramente nel 1988 era eccessivo che il 57% di titoli italiani fosse nelle mani dei risparmiatori italiani, mentre solo il 4% di chi opera nei mercati internazionali. Il che ha reso il nostro Paese un po' più esposto agli umori dei non residenti, ma non necessariamente più vulnerabile: nelle fasi di avvicinamento all'euro, gli investitori stranieri hanno fatto a gara per sottoscrivere BTp, il cui prezzo e qualità (affidabilità dell'emittente) sono cresciuti in misura rilevante nella seconda metà degli anni 90. L'apertura ai mercati esteri, d'altronde, mè cresciuta parallelamente alle esigenze di cassa dello Stato per mantenere macchina amministrativa, pensioni, sanità ecc..

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Chi (e come) decide chi crolla e chi si salva?
Nel mondo del risparmio gestito – almeno per quel settore preponderante di fondi comuni destinati alla clientela retail che quindi non usano tecniche speculative - le scelte in materia di investimenti non seguono istinti, dritte o fiuto: i comitati di investimento elaborano strategie di investimenti sulla base dell'analisi dei trend economici e finanziari e li sottopongono ai consigli d'amministrazione come nel caso italiano o, in alcuni paesi europei, ai board of director che varano periodicamente la strategia di investimento; si tratta di riunioni settimanali, in cui si definiscono le posizioni anche a livello mensile, trimestrale o annuale, a seconda delle esigenze. Sono decisioni pensate e valutate a lungo, oggetto di valutazioni che difficilmente possono restare segrete o condizionate da un'imposizione dall'alto, senza che questa imposizione passi inosservata. Le società di gestione del risparmio fanno a gara per avere visibilità sui media e anche per questo il riserbo sulle proprie scelte non è esattamente impermeabile.
Le strategie vengono trasmesse ai singoli gestori che devono attuarle con tempistica e limiti ben definiti: quando e con quali obiettivi di rendimento, ad esempio. Attenzione: in periodi estivi come questo si assiste a un rallentamento delle operazione. Quando si riduce la liquidità sul mercato sale il rischio di non trovare controparti cui vendere o da cui comprare i titoli. Si preferisce in genere stare alla finestra e aspettare, piuttosto che andare incontro alla possibilità di sbagliare e perdere soldi. E al di là dell'estate, c'è un principio che viene rispettato dagli operatori. Quello di non andare mai “contro” il mercato, né quando sale, nè quando scende. Il che implica molto conformismo e poche posizioni contrarian.

I benchmark e i rating
Ciascuno soggetto di questa catena decisionale e operativa deve decidere sulla base dell'equilibrio di rischio/rendimento che la società di gestione ha deciso di considerare per quel determinato settore o titolo: i benchmark, o indici di riferimento, che contraddistinguono obbligatoriamente i fondi di investimento aiutano in questo senso a definire il giusto equilibrio tra questi due elementi che identificano l'identità stessa del fondo. Tutte queste regole che un fondo comune si da, sono rinvenibili nei prospetti informativi (quei documenti di 150 pagine che quasi nessuno legge) e negli strumenti di sintesi (Kiid) sulla propria operatività. Tra queste, tra le altre, il livello di affidabilità degli emittenti i titoli da sottoscrivere, ossia i rating: sotto un verto livello di affidabilità – il cosiddetto investment grade, pari alla BBB – in quei titoli non può investire. L'Italia è oggi solo un paio di gradini sopra quel livello: le preoccupazioni per un deflusso di sottoscrizioni dai titoli di Stato italiani sono giustificate.
Ma proprio per questo occorre migliorare l'affidabilità di un paese indebitato come il nostro. In ogni caso la strategia di investimento ha correzioni tattiche continue, e su questi, gestori e strategist rispondono ai propri superiori. Che, quindi, anche se si svegliassero una mattina e decidessero di andare contro una società o uno Stato, avrebbero bisogno di tempo per mettere in pratica l'operazione; in altre parole, difficilmente si potrebbe realizzare un blitz. Quanto accaduto nel 2011 è stato un lento deterioramento della credibilità del governo italiano agli occhi degli investitori internazionale, con quattro manovre economiche straordinarie d'estate, fino all'epilogo con le dimissioni del governo Berlusconi, il 12 novembre.
Le contromisure
Il che porta a dire che l'Italia è al sicuro dalla speculazione? Assolutamente no. Perché è strutturalmente vulnerabile, innanzitutto visto l'alto debito: oltre 2.327 miliardi, di cui circa 440 emessi in asta ogni anno per circa 51 miliardi di interessi sul debito pagati ogni anno ai sottoscrittori di titoli di Stato. La vulnerabilità italiana è aumentata alla diffusione delle prime bozze del Contratto di Governo, con le ipotesi di rinegoziazione dell'euro e altre misure poco coerenti con i saldi di bilancio, che hanno fatto impennare lo spread. La via maestra è dunque quella di rendere più solido il bilancio dello Stato, approfittando della fasi di bassi tassi di mercato, grazie al Quantitative easing messo in campo dalla Bce e che potrebbe volgere al termine dall'anno prossimo. Ridurre sprechi e debito eviterebbe un abbassamento del rating che sarebbe a dir poco deleterio per l'Italia. Che se scendesse sotto quota investment grade vedrebbe sì una vendita cospicua dei propri titoli di Stato sul mercato secondario: con prezzi in picchiata, rendimenti impennati, costo del debito impennato (nel 2011 stava salendo paurosamente da 86 fin'oltre quota 100) .
Gestori e trader
D'altronde, non sono solo i gestori a sottoscrivere titoli di Stato come quelli italiani. Le sale di trading investono e guadagnano nel breve termine, a differenza dei fondi comuni che hanno obiettivi di medio termine o comunque pluriennali. Sono due mondi diversi: i gestori operano in titoli di Stato soprattutto over the counter, ossia fuori dai mercati regolamentati, scambiando i titoli con controparti con cui si stabilisce un prezzo e un ammontare. Sui mercati regolamentati, dove gli algoritmi e i sistemi di scambio automatici operano in misura preponderante rispetto agli operatori in carne ed ossa, il rischio è maggiore, dal momento che i trend direzionali vengono ingigantiti dall'operatività predefinita. Poi ci sono le operazioni che vengono effettuate manualmente e nemmeno qui l'errore si può escludere a priori. IN qualche occasioni si è data la colpa al “fat finger” (dito grasso), ossia errori compiuti da operatori poco precisi; ma spesso dietro all'errore si nasconde un'operazione quanto meno opaca. Poi c'è il vero e proprio dolo: non si sono chiariti del tutto i retroscena della vicenda del trader francese Jerome Kerviel, arrestato per aver fatto perdere alla propria banca, Société Gènèral 4,9 miliardi di euro; lui ha però sempre sostenuto che i vertici dell'istituto di credito fossero al corrente delle sue operazioni.
Centinaia di migliaia di operatori in tutto il mondo si osservano tra di loro per il timore che qualcuno utilizzi scorciatoie illecite per fare denaro. Citigroup è stata condannata con una multa da 25 milioni di dollari per aver venduto nell'estate del 2004, obbligazioni governative per oltre 13 miliardi di dollari, su diverse piattaforme Mts, specializzate in titoli di Stato europei, e averli ricomprati poche ore dopo a prezzi stracciati. Un po' come quello messo in campo dai personaggi interpretati da Dan Aykroyd ed Eddie Murphie in Una poltrona per due.

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