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Pmi, la volatilità in crescita si batte con un approccio di lungo…

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Pmi, la volatilità in crescita si batte con un approccio di lungo periodo

(Marka)
(Marka)

Dall’astro nascente alla stella cadente il cammino può essere assai breve quando si abita nel firmamento dei mercati finanziari. Sostenere però che i Pir rischiano di trasformarsi in un flop dopo l’inatteso successo iniziale sarebbe ingeneroso, oltre che lontano dalla realtà. Dopotutto nei primi tre mesi del 2018, secondo gli ultimi dati ufficiali diffusi da Assogestioni, i prodotti collegati ai Piani individuali di risparmio introdotti con la Legge di Bilancio 2017 hanno raccolto circa 2 miliardi di euro in una fase di mercato non certo semplice, né paragonabile a quella dell’anno precedente.

In base all’osservatorio mensile di Plus24, che analizza i dati di poco meno di tre quarti del mercato, il primo semestre si sarebbe chiuso con flussi netti pari a circa 2,5 miliardi e non più tardi di qualche settimana fa Massimo Doris - l’a.d. di Banca Mediolanum, uno dei principali operatori sui Pir - riteneva possibile raggiungere singolarmente quota 1 miliardo nell’intero 2018. Se mettiamo insieme questi dati si può pensare per quest’anno a un dato complessivo della raccolta vicino ai 7-8 miliardi: una quota forse inferiore a quanto ipotizzava dopo il boom del 2017, ma che va comunque ben oltre le aspettative iniziali e che verrebbe appunto raggiunta in un contesto ben più complicato per il mercato in generale e per il nostro Paese nello specifico.

La volatilità in Borsa (e quella sui titoli di Stato) ha infatti senza dubbio esercitato un freno sulla raccolta, rendendo più prudenti gli investitori. E non ha certo aiutato la perfomance poco brillante dei fondi Pir, che in questo primo scorcio d’anno si sono mediamente comportati peggio rispetto alla media generale: nell’ultima rilevazione di un mese fa gli azionari che fanno parte del panel dell’osservatorio Plus24 avevano reso +0,35% contro il +1,23% dell’indice Fideuram sui fondi azionari Italia; i flessibili avevano mantenuto i propri valori (-0,09%), mentre i bilanciati perso addirittura l’1,46 per cento.

Un risultato peraltro coerente con lo stesso andamento dei titoli a piccola e media capitalizzazione italiani (cioè il principale oggetto di investimento dei Pir), che hanno in genere sottoperformato il resto di Piazza Affari. Nei primi sette mesi del 2018, l’indice Ftse Italia Mid Cap ha infatti ceduto il 2,4%, il Ftse Italia Small Cap addirittura il 6,5% a fronte di un Ftse Mib e un Ftse Italia All-Share ancora marginalmente positivi (rispettivamente +0,6% e +0,1%): l’esatto contrario di quanto avvenuto nello stesso lasso di tempo in Europa, dove le «piccole» si sono mediamente comportate meglio (+1,3% per l’Msci Europe Small Cap contro il -1,3% dell’Msci Europe).

Fin qui la fotografia del passato, pur molto recente. Al risparmiatore interessa però più che altro conoscere quali prospettive abbia l’universo dei titoli in cui investono principalmente i Pir e su questo fronte la situazione è chiaramente legata a doppio filo alle sorti italiane: quelle economico-finanziarie e pure le vicissitudini politiche che ovviamente influenzano l’andamento del mercato azionario, almeno nel breve termine. Acquistare un fondo Pir significa infatti aumentare l’esposizione sul nostro Paese e, se non si hanno sufficienti altri investimenti, correre anche il rischio di sbilanciare decisamente il portafogli.

Se invece si isolano nello specifico le small-mid cap si può vedere, in base alle stime di Intermonte Sim, come da inizio anno vi sia stato anche un generale ridimensionamento delle attese sugli utili per azione: -1,1% per le «medie» per il 2018 (e -0,7% per il 2019); rispettivamente addirittura -9% e -7,6% per le «piccole» quando nel Ftse Mib le prospettive sono invece migliorate (+9,4% per i profitti di quest’anno, +4,2% il prossimo). Certo, a migliorare il dato di queste ultime ha contribuito l’effetto dell’aumento del prezzo del petrolio sui conti del settore energy, ma la differenza di passo resta comunque evidente.

La revisione delle stime sui profitti rende le Pmi quotate italiane relativamente meno convenienti rispetto al passato quando si considerano variabili come il rapporto fra prezzi e utili (price earning, P/e). Il panel analizzato da Intermonte (costituito da circa 90 società) tratta per esempio a premio del 41% rispetto alle capitalizzazioni maggiori: niente di grave, forse, ma comunque un livello superiore alla media storica che si attesta al 30 per cento. Rispetto al resto d’Europa le small e mid cap italiane trattano a premio rispetto alle concorrenti britanniche, ma restano al di sotto dei multipli della spagnole e delle tedesche e trattano significativamente a sconto rispetto alle francesi. Nel complesso qui, rileva Intermonte, lo sconto è del 5%, non poi distante dall’8% storico.

«Gli attuali livelli di valutazione - sintetizza Andrea Randone, Responsabile Ricerca Mid Small Caps di Intermonte Sim - possono nascondere un certo rischio di volatilità, suggeriamo quindi di spostarsi verso un approccio più selettivo nei confronti dei titoli». Il problema, in fin dei conti, è proprio questo: come possano i fondi Pir, che si trovano spesso a gestire una massa di denaro rilevante, conciliare questa necessità con l’esigenza di effettuare il classico stock picking. «Il rischio di concentrare gli investimenti sui titoli più scambiati, che sono anche quelli che maggiormente hanno tratto maggior beneficio dall’introduzione di questi strumenti, è reale», ammette Randone, che individua però anche la possibile soluzione in un «progressivo aumento della liquidità anche sulle azioni di minore capitalizzazione, che deve passare attraverso una loro maggiore copertura da parte delle case di ricerca in modo da renderli più interessanti per gli investitori sia domestici che internazionali».

Finora l’introduzione dei Piani di risparmio ha migliorato il profilo di liquidità delle «piccole» di Piazza Affari, ma qualche segnale di criticità si inizia a scorgere. A luglio i volumi del Ftse Italia Small Cap si sono ridotti del 38% rispetto alla media dei 12 mesi precedenti e quelli delle mid cap del 20 per cento. Per entrambi il calo è più pronunciato del -13% registrato dagli scambi del Ftse Mib, a testimonianza del fatto che non si tratta forse di semplice stagionalità. La scelta di investire in Pir, da valutare in chiave pluriennale e non certo nell’immediato, passa evidentemente prima di tutto da questioni di base come questa.

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