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Borse, è la normalizzazione che può sorreggere il «bull…

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Borse, è la normalizzazione che può sorreggere il «bull market»

Borse, è la normalizzazione che può sorreggere il «bull market» (Ansa)
Borse, è la normalizzazione che può sorreggere il «bull market» (Ansa)

Il 26 gennaio scorso, l’indice azionario S&P500 di New York ha raggiunto un record assoluto che ha chiuso (per il momento) la seconda fase «toro» più lunga della storia del dopoguerra, partita nel settembre del 2009 (la più longeva durò dal 1987 al 2000). L’ultima maratona di Wall Street ha prodotto un rialzo più che doppio della media, sia in termini di tempo, sia di intensità (il guadagno è stato del 324,6%). La Borsa di New York è ancora lontana da disegnare un «bear market», cioè un periodo «orso» di ribasso, che si definisce comunemente con un calo di almeno il 20% dall’ultimo picco. Ancora non sappiamo se l’S&P500 sperimenterà una discesa di almeno 20 punti percentuali prima di superare il livello di gennaio (ora è solo dell’1% più basso, a 2.842 punti dai 2.872 del 26 gennaio); viceversa, non possiamo estendere l’attuale percorso di rialzo oltre quel punto finché non sarà superato. Però gli analisti di Bespoke Investment Group , che hanno stilato le statistiche, ci ricordano che il ciclo non invecchia veramente finché l’apice raggiunto a inizio anno non sarà annullato e che, soprattutto, i cicli di Borsa non muoiono di vecchiaia.

Ciclo di Borsa e ciclo economico

Certo, il calcolo non basta a confortare gli investitori che si chiedono continuamente se la ripresa economica americana, che fa da buon traino a quella europea e dei mercati emergenti, sia giunta a un punto di svolta. Gli indicatori macro, compresi gli ultimi pubblicati, delineano uno scenario con potenziali sviluppi ulteriori: il mercato del lavoro è saturo, ma ha appena iniziato a spingere i salari; le aziende hanno margini di profitti da colmare e l’indebitamento appare sostenibile. Erik Knutzen, responsabile degli investimenti multi-asset di Neuberger Berman, afferma che gli indicatori convenzionali ci dicono che il ciclo economico ha ancora due o tre anni di vita, ma che ci sono catalizzatori non convenzionali che potrebbero prolungarlo oppure accorciarlo. Per esempio, gli stimoli abbondanti introdotti a sostegno dell’economia Usa e gli effetti inflazionistici della guerra commerciale, che non sono inclusi nei modelli convenzionali per la previsione delle recessioni. «Ne consegue - conclude Knutzen - che una sorta di meccanismo di raffreddamento potrebbe prolungare il ciclo. Il miglioramento della produttività accompagnato dalla ripresa degli investimenti aziendali è un altro potenziale fattore, così come la riuscita normalizzazione delle politiche monetarie, che limita l’inflazione senza arrestare il motore della crescita».

LA SETTIMANA DEI MERCATI AZIONARI

In Europa domina l’avversione al rischio

Anche in Eurozona l’inflazione incomincia a dare segni di vita e a luglio è salita a+2,1%. É vero, al netto dei beni più volatili è a +1,1%, però la rincorsa del dato complessivo è passata inosservata insieme alla crescita del Pil a +2,1%, il segno migliore da sei anni. Il Vecchio Continente non riesce a liberarsi dalla tenaglia dell’avversione al rischio, mentre Wall Street rimane agganciata ai massimi storici. L’euro ai minimi da oltre un anno sul dollaro dovrebbe aiutare le imprese, che tuttavia per il secondo trimestre mostrano profitti più bassi di quelli Usa (+7,5% per le società dell’EuroStoxx versus il +26% delle aziende dell’S&P500 nel 2° trimestre). Il divario è tutto da colmare, ma non sono d’aiuto gli effetti soporiferi della guerra commerciale sulle spese per investimenti e sulla domanda.

Listini in altalena, con slancio finale

La ridda di interpretazioni date sull’incontro tra i rappresentanti cinese e statunitense per il commercio estero ha dato corrente alternata alle azioni e alle obbligazioni; il pendolo si è sbilanciato sull’ottimismo nelle ultime ore di contrattazione della settimana conclusa il 17 agosto, con la notizia della ripresa del dialogo tra Stati Uniti e Messico, che ha rilanciato gli acquisti al parterre di New York e ha contenuto le perdite di quelli europei. I segni più profondi dell’incertezza sono rimasti sulle banche italiane e sullo spread del Btp rispetto al Bund tedesco, cui non hanno giovato le continue dichiarazioni contrastanti dell’esecutivo Lega-M5S. I titoli delle aziende di credito di Piazza Affari hanno lasciato sul terreno il 5,4% in cinque sedute e il rendimento aggiuntivo chiesto dagli operatori per comprare l’obbligazione decennale del Tesoro invece che quella di Berlino è aumentato oltre il 2,8% (il Bund a 10 anni rende lo 0,3%, il BTp il 3,1%, il Bonos spagnolo l’1,48%, la carta greca il 4,3%).

«Lo 0,3% offerto dal Bund - spiega Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners - sembra davvero lontano da un ipotesi di corretta valutazione alla luce dei buoni dati macro. Tra l'altro, uno dei principali fattori di questo allontanamento, gli stimoli monetari della Banca centrale europea, è in predicato di essere ridotto a ottobre e terminato entro fine 2018. Frizioni sul commercio internazionale, Turchia, e tensioni sul budget italiano costituiscono gli altri fattori determinati di questa compressione. Miglioramenti su questi fronti dovrebbero produrre un bel recupero della quotazione».

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