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Piazza Affari porta in dote allo Stato oltre 18 miliardi, come una manovra

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il tesoretto di borsa

Piazza Affari porta in dote allo Stato oltre 18 miliardi, come una manovra

L’ammontare di una possibile legge di Bilancio approvata dal Parlamento italiano o, se si preferisce, poco più di un punto percentuale del Prodotto interno lordo realizzato lo scorso anno nel nostro Paese. Non rappresenta certo un valore indifferente l’assegno da oltre 18 miliardi di euro che le circa 350 società quotate a Piazza Affari staccheranno quest’anno a favore dello Stato, sotto forma di dividendi (quando il Tesoro stesso è azionista) e soprattutto di imposte sugli utili realizzati.

LASSEGNO DI PIAZZA AFFARI
L'ammontare versato allo Stato dalle società quotate in Borsa italiana sotto forma di dividendi e imposte (esclusa Mediobanca che ha chiuso il bilancio il 30 giugno scorso). I dati sulle imposte sono stati desunti dai bilanci consolidati, quando esistenti, e possono essere influenzati dall'applicazione del regime del consolidato fiscale nei casi in cui sia stata esercitata la relativa opzione e dall'eventuale rilevazione delle imposte differite attive.
Dati in milioni di euro (Fonte: Elaborazione Assosim per Il Sole 24 Ore)

Ben 15,9 miliardi di questa sorta di «tesoretto», come rivela l’analisi effettuata da Assosim per Il Sole 24 Ore, sono infatti legati alla tassazione delle società presenti alla Borsa di Milano. A questa cifra si aggiungono poi i 2,3 miliardi di euro costituiti dalle cedole percepite quest’anno dalla Cassa Depositi e Prestiti e direttamente dallo stesso Ministero dell’economia e delle finanze in virtù delle partecipazioni detenute in Eni, Enel, Poste italiane, Snam, Terna, Enav, Leonardo, Italgas e Fincantieri.

Un «tesoretto» in crescita
La nota positiva è che i trasferimenti sono in aumento, come del resto è lecito attendersi in un momento in cui l’economia attraversa una fase di espansione. In modo del tutto coerente con un Pil italiano che, secondo quanto certificato dall’Istat, ha segnato con un +1,5% nel 2017 l’incremento più sostenuto negli ultimi 7 anni, le entrate complessive sono cresciute di 1,1 miliardi rispetto a ciò che si era registrato lo scorso anno, quando si faceva riferimento all’esercizio fiscale 2016. Anche in questo caso tre quarti di tale progresso (861 milioni) sono da attribuire ai maggiori introiti fiscali, mentre le cedole crescenti (269 milioni) segnano la restante differenza.

Quando si effettua il confronto fra 2016 e 2017 vale la pena di rilevare come il monte utili delle società quotate a Milano sia addirittura più che raddoppiato, passando da 25,5 a 57,5 miliardi, ma tutto questo non si sia poi automaticamente tradotto in un balzo altrettanto rilevante dei dividendi, né delle imposte percepite dallo Stato. Il dato sui proventi del 2016 è però evidentemente influenzato in modo significativo dalle perdite registrate da molte banche italiane (UniCredit in prima battuta) che hanno concentrato proprio in quell’esercizio fiscale le svalutazioni relative ai crediti in sofferenza iscrivendole a bilancio.

Il dettaglio delle cedole
I dividendi 2017 percepiti dallo Stato dalle quotate di Piazza Affari. Dati in milioni di euro

Con riguardo alle entrate fiscali occorre poi considerare come questa voce sia da considerare in modo dinamico e non statico, facendo quindi riferimento alla situazione che si è creata negli anni precedenti e anche al regime adottato dalle singole società. «I dati sulle imposte sono stati desunti dai bilanci consolidati, quando esistenti, e possono essere influenzati dall’applicazione del regime del consolidato fiscale nei casi in cui sia stata esercitata la relativa opzione e dall’eventuale rilevazione delle imposte differite attive», precisa Gianluigi Gugliotta, Segretario Generale di Assosim.

I principali «contributori» dello Stato
In altre parole, le società che si sono avvalse di una simile opzione hanno potuto portare in compensazione, oltre ai crediti e debiti fiscali individuali pregressi, anche quelli delle altre società appartenenti all’area di consolidamento. Ed è anche per questo motivo che nelle primissime posizioni fra i «contributori» dello Stato non figurano - a fianco di Eni, Enel o Generali - i principali istituti di credito del Paese, che pure sono tornati a fare il pieno di utili nel corso di un 2017 a loro particolarmente favorevole.

Artifici contabili a parte, resta in ogni caso evidente che gli introiti collegati alle quotate del listino milanese sono indissolubilmente legati all’andamento del ciclo economico, che purtroppo nel prossimo futuro dovrà fare i conti quantomeno con un rallentamento del ritmo espansivo che si è visto lo scorso anno. Proprio ieri l’agenzia Moody’s ha ridotto all’1,2% le stime sulla crescita del nostro Paese per quest’anno e all’1,1% per il 2019 (rispettivamente da +1,5% e +1,2%): un motivo valido in più per custodire con cura questo tesoretto, ora e soprattutto negli anni a venire.

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