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Wall Street ai massimi, per il Nasdaq da gennaio rialzo a doppia cifra

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Wall Street ai massimi, per il Nasdaq da gennaio rialzo a doppia cifra

Siamo passati dall’illusione della crescita economica sincronizzata a una nuova edizione del «decoupling»: un disallineamento che - tuttavia - è quasi il contrario di come era atteso. Soprattutto per le Borse. Infatti, sono ancora gli Stati Uniti a tirare la volata con Pil e azioni, dopo un decennio brillante: l’S&P500 ha aggiornato il massimo storico e il Nasdaq è l’unico indice in rialzo a doppia cifra da gennaio (+14%). Viceversa, la conclamata ripresa dei Paesi più lenti dell’Europa (tra cui l’Italia), il risveglio del Giappone e la tenuta dei Paesi emergenti danno già qualche segnale anomalo e le rispettive Piazze azionarie sono in difficoltà (senza contare i tracolli di mercati piccoli come Turchia e Venezuela).

Gli indici di borsa

Anche il vigore di Wall Street, però, dovrà resistere a più di una prova. Con la benedizione di tutti, perché la Borsa americana e l’economia a stelle strisce sono tuttora la locomotiva mondiale. E se il listino Usa non fosse in grado di superare i test, tanto meno lo sarebbero quelli del Vecchio Continente o dell’Asia.

Guerra dei dazi e valutazioni
L’escalation di una guerra commerciale e le quotazioni delle azioni Usa sono strettamente interrelate. Perché se è vero che gli utili delle società dell’S&P500 sono stimati in crescita del 23% per quest’anno, l’inasprimento del protezionismo tornerebbe come un boomerang sulle aziende americane che hanno delocalizzato la produzione oltre i confini nazionali (molte proprio in Cina e nei vicini Paesi asiatici). L’impatto sarebbe notevole, considerato che i profitti per il 2019 sono previsti «solo» al 10% e che da tempo si discute sull’equità dei prezzi delle società a stelle e strisce; la loro valutazione ha raggiunto un rapporto prezzo/utili pari a 18 volte, contro le 14 volte di quelle europee (che però hanno utili stimati al 9% per il 2018). Nei giorni scorsi, negli Stati Uniti sono entrate in vigore tariffe su altri 16 miliardi di beni cinesi, a cui corrispondono misure speculari di Pechino.

E Donald Trump ha annunciato un carico del 25% sulle auto in arrivo dall’Unione europea. É in particolare la Germania, in Eurozona, che patisce il protezionismo di Trump, anche se le azioni tedesche sembrano aver già scontato lo choc iniziale degli annunci (l’indice Dax30 di Francoforte perde il 4% da gennaio, ma nell’ultima settimana è salito dell’1,5% in sintonia con un clima meno avverso al rischio).

Il distacco dalle banche centrali e i cambi
Siamo entrati nella fase terminale degli stimoli monetari straordinari delle banche centrali. Ma le recenti tensioni (dalla guerra dei dazi, alla questione dell’impeachment di Trump, all’impennata dello spread italiano) fanno sperare agli investitori che le autorità monetarie continuino a fornire una «guida assistita» ai mercati, non potendo più derogare - forse - all’uscita dalle manovre eccezionali. E finora sono stati accontentati.

Al simposio di Jackson Hole, dove a fine agosto si danno appuntamento i banchieri più importanti del mondo, il presidente della Federal Reserve Usa Jerome Powell ha compiaciuto gli operatori e ha affermato che il rialzo dei tassi resterà graduale; Powell ha dichiarato comunque che un ritocco a settembre è in agenda e uno a dicembre è probabile. Ma ha pure compiaciuto la Casa Bianca quando ha negato segni di surriscaldamento del ciclo economico e, quindi, implicitamente escluso un atteggiamento troppo restrittivo. Del resto, l’inflazione non sembra scalpitare sopra il livello obiettivo e la pressione dei salari non ha ancora innescato una spirale seria tra paghe, consumi e produzione. Con una Fed paziente (come peraltro si era già dimostrata) e con il biasimo di Trump per una politica monetaria che non supporti il suo protezionismo , il dollaro si è indebolito contro tutte le principali valute. Il cambio contro euro nelle scorse sedute è salito da 1,14 a 1,16 e ha recuperato i livelli di inizio agosto, quando sulla moneta unica hanno iniziato a pesare le speculazioni su una Legge di bilancio italiana contraria alle indicazioni dell’Unione europea. Anche la Banca del Giappone sembra cauta, poiché l’inflaizone non parte e resta lontano dalla meta del 2%. «La probabilità che la banca centrale giapponese possa ritoccare al ribasso le previsioni sui prezzi sta diventando una certezza - affermano Peter Roseinstreich e Vincent Mivelaz di Swissquote - . La decisione recente di permettere una fluttuazione più ampia del rendimento del bond decennale porterà un ulteriore apprezzamento dello yen, che dovrebbe a sua volta ridurre ulteriormente l'inflazione». In questa impasse, la posizione della BoJ non può che essere ancora accomodante. E pure la Banca centrale europea (a parità di condizioni) continuerà a mantenere costante la liquidità immessa nei mercati per un po’ e solo nella seconda parte del 2019 inzierà a rivedere i tassi di interesse.

Elezioni di metà mandato, Pmi e rendimenti
Fino a poco tempo fa, si ipotizzava che una volta passate le elezioni americane di metà mandato a novembre, i mercati si sarebbero scrollati di dosso la tattica aggressiva di Donald Trump, qualunque fosse stato l’esito. Con l’insorgere di molte questioni imbarazzanti per il presidente americano, c’è l’eventualità che il termine possa essere più vicino, con tutte le incognite del caso per le aziende di Wall Street (si aprirebbe una stagione diversa per gli incentivi fiscali concessi alle società?). Al momento, la domanda ha solo sfiorato gli investitori, più attenti alle dichiarazioni sulle politiche monetarie provenienti da Jackson Hole; il loro sguardo, tuttavia, ha registrato le prime stime Pmi-Markit sulle prospettive dell’attività delle imprese. I responsabili degli acquisti delle aziende hanno tracciato un rallentamento per i prossimi mesi non solo in Eurozona (il dato composito cala anche se Francia e Germania mostrano un miglioramento), ma pure negli Stati Uniti, per via di una minore domanda manifatturiera che sancisce una decelerazione dal passo instancabile dei mesi passati. Infatti, i rendimenti obbligazionari sono rimasti stabili per le lunghe scadenze e non soffrono una febbre da accelerazione della crescita (che spingerebbe alle vendite e dunque al rialzo dei tassi che si muovono in senso opposto). Anche la pausa dei rendimenti ha interessato sia gli Stati Uniti, sia l’Europa. Ma qui la questione assume un’altra valenza.

Questione italiana e avversione al rischio
Lo scetticismo degli investitori sulla politica italiana si è tradotto immediatamente nella speculazione sui titoli di Stato, che ha portato lo spread sul Bund tedesco decennale vicino al 3% e al 2% per i titoli a due anni, che riflettono i timori di breve termine. Ma anche il confronto con le obbligazioni degli altri Paesi della periferia europea, meno affidabili di quelli di Berlino, è ormai impietoso: il BTp a dieci anni deve pagare ai suoi compratori il 3,1%, il bonos spagnolo l’1,4% e il portoghese l’1,8%.

Non è un caso, come conferma Alessandro Balsotti di Jci Capital, i volumi dei derivati sarebbero i più elevati nel mese di agosto dal 2009 (anno da cui si dispone dei dati). La discussione della finanziaria a partire da settembre e il giudizio delle agenzie di rating che pende sull’affidabilità dell’Italia (Fitch sarà la prima a esprimere il voto il 31 agosto) hanno una forte incidenza sulla propensione al rischio generale. Infatti, eventuali contrasti tra Roma e Bruxelles non sarebbero una questione nostrana, ma rimbalzerebbero molto lontano. L’agenzia Moody’s, che ha rimandato la sua valutazione per avere un’idea più precisa di come evolveranno i conti pubblici tricolori, ha comunque ridotto le previsioni di crescita. Certo, il rimbalzo di BTp e Piazza Affari in caso di rientro delle posizioni al ribasso degli operatori sarebbe notevole, con un effetto virtuoso sulle Borse.

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