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Finita la tregua per l’alluminio: torna l’allarme su Rusal

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prezzi ai massimi da 2 mesi

Finita la tregua per l’alluminio: torna l’allarme su Rusal

La tregua sul mercato dell’alluminio è finita. Dopo il caos della primavera scorsa, gli operatori sembravano aver superato lo shock del caso Rusal. Ma le quotazioni del metallo – al traino di quelle dell’allumina – hanno ripreso a correre, spingendosi ai massimi da due mesi al London Metal Exchange (Lme).

Il contratto benchmark ha raggiunto 2.178 dollari per tonnellata nel corso della seduta di ieri, lontano dai record di aprile, quando era volato oltre 2.700 dollari, ma comunque in rialzo di quasi il 10% da metà luglio, quando era tornato a scambiare sui livelli pre-sanzioni, intorno a 2mila dollari.

A ridare fiato al rally è stato soprattutto il riemergere dell’allarme sulle forniture di allumina, «ingrediente» dell’alluminio primario. In un mercato già in forte deficit si è aggiunto anche lo sciopero a oltranza in corso dall’8 agosto negli impianti Alcoa australiani: sono coinvolte tre raffinerie di allumina, con una capacità di 8,8 milioni di tonnellate l’anno, circa il 7% dell’offerta globale, che è già seriamente compromessa.

Il prezzo dell’allumina – ai massimi storici la primavera scorsa, vicino a 700 dollari per tonnellata – è risalito dai circa 450 dollari di fine giugno a 560 dollari al Comex: livelli così alti da stimolare l’export dalla Cina, Paese che di solito è importatore netto a causa dei forti consumi interni.

Pechino ha firmato contratti per forniture di 140mila tonnellate in lugio, secondo Cru Group, quasi il triplo di quanto aveva esportato in tutto il 2017. Ma nemmeno questo è stato sufficiente a rassicurare il mercato, costretto a confrontarsi con una scarsità di materia prima che potrebbe addirittura aggravarsi nei prossimi mesi.

Proprio in Cina molti impianti energivori dovranno fermarsi per le misure invernali anti-smog, che quest’anno inizieranno fin da settembre in alcune aree e saranno estese a un maggior numero di distretti produttivi. I controlli ambientali nel Paese si sono inoltre fatti molto severi anche nelle miniere di bauxite, da cui si ricava l’allumina.

Nel frattempo non ci sono svolte in vista per la raffineria brasiliana Alunorte di Norsk Hydro, la più grande del mondo, la cui produzione è dimezzata dallo scorso febbraio per ordine della magistratura, che indaga su un caso di inquinamento. «Non siamo ancora in grado di indicare una data precisa per il riavvio», ha dichiarato pochi giorni fa al Metal Bulletin il ceo di Norsk Hydro, Svein Richard Brandtzaeg.

Anche le vicende di Rusal – big dell’alluminio, dell’allumina e della bauxite – sono intanto tornate a suscitare apprensione. Gli Stati Uniti hanno concesso una nuova proroga all’entrata in vigore delle sanzioni, spostando al 23 ottobre il termine entro cui chiudere i rapporti con la società. Ma quella che sembra una buona notizia è stata interpretata da molti operatori come un segnale negativo.

Il piano presentato dai russi per recidere i legami con Oleg Deripaska non è bastato a convincere Washington a rimuovere Rusal dalla blacklist. E a questo punto il sollievo dalle sanzioni difficilmente sarà concesso prima delle elezioni di medio termine, in programma il 6 novembre. Ma la dilazione rischia di portare a conseguenze gravissime.

I contratti di fornitura annuali stanno arrivando a scadenza e di solito vengono rinnovati tra settembre e novembre. «Se Rusal rimane sotto sanzioni non potrà concludere nuovi accordi», fa notare un rapporto congiunto Fitch-Cru, avvertendo che il gruppo russo rischia di dover chiudere impianti fin dal prossimo mese.

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