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I big del litio sfidano il crollo dei prezzi e vanno in Borsa con tre Ipo

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metalli per batterie

I big del litio sfidano il crollo dei prezzi e vanno in Borsa con tre Ipo

(Marka)
(Marka)

Con i prezzi del litio in forte discesa – addirittura quasi dimezzati in Cina dall’inizio dell’anno – non è certo il momento più felice per i produttori del metallo per batterie. Eppure ben tre big del settore hanno rotto gli indugi, avviando le pratiche per sbarcare in Borsa.

I prospetti per le Ipo sono stati depositati uno dietro l’altro nei giorni scorsi, dall’americana FMC Corp, che collocherà sul listino di New York lo spinoff Livent, e dai due maggiori fornitori cinesi, Tianqi Lithium e Ganfeng Lithium, che si apprestano a quotarsi a Hong Kong, entrambi con la speranza di raccogliere almeno un miliardo di dollari, secondo indiscrezioni raccolte dalla Reuters.

Per Livent l’obiettivo è più modesto, 100 milioni di dollari, ma le ambizioni sono comunque alte: crescere fino a dominare il mercato mondiale dell’idrossido di litio, composto particolarmente apprezzato nell’industria dell’auto elettrica, perché consente maggiore densità energetica nelle batterie.

Livent punta ad accrescere la sua quota di mercato oltre il 50% dall’attuale 9,5%, aumentando la produzione da 30mila tonnellate l’anno nel 2019 a 55mila a fine 2025.

Anche Ganfeng – che prima dell’estate aveva rinviato la quotazione a causa della volatilità dei prezzi del litio – vuole finanziare lo sviluppo di nuove risorse. Mentre Tianqi si propone di ripagare l’acquisizione del 24% di SQM, effettuata a maggio: un’operazione accolta da molte polemiche in Cile, perché rafforza la stretta cinese su risorse considerate cruciali.

La domanda di litio quadruplicherà entro il 2025 secondo Goldman Sachs, al traino della diffusione dei veicoli a batteria e dei sistemi per lo stoccaggio di elettricità.

Il problema è che tutti i produttori – e non solo le tre società prossime all’Ipo – stanno facendo di tutto per espandersi. Nel breve termine quindi, come hanno evidenziato con forza alcuni analisti, il rischio è che sul mercato si sviluppi un eccesso di offerta: addirittura «uno tsunami» secondo un recente rapporto di Macquarie.

Anche Citigroup e Morgan Stanley prevedono ingenti surplus. Quest’ultima lo scorso febbraio aveva pubblicato un rapporto shock, in cui prefigurava che il prezzo del carbonato di litio (dopo essere triplicato in un paio d’anni) si sarebbe dimezzato entro il 2021.

Sul mercato spot cinese questo è già successo: la rimodulazione degli incentivi per la mobilità elettrica da parte di Pechino ha dato il colpo di grazia ai prezzi, che ora secondo il Metal Bulletin sono a 15,50-17,50 $/kg, quasi il 50% in meno da inizio anno. Il crollo è stato meno drastico in Europa e Stati Uniti (intorno al 20%) e il prezzo delle forniture contrattuali si è difeso un po’ meglio. Ma i titoli del settore sono stati comunque presi di mira dalle vendite allo scoperto.

SQM e l’americana Albemarle, entrambe impegnate in grandi progetti di espansione in Cile, hanno perso un quarto della capitalizzazione nel 2018. Ad altre società è andata anche peggio. Orocobre - molto esposta verso l’Argentina, Paese di nuovo ad alto rischio - è in ribasso di circa il 40%, alcune minerarie junior come la canadese Nemaska Lithium hanno perso il 70% da inizio anno.

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