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BTp al test della «spreadonomics». Quali tassi se il deficit…

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«SPREADONOMICS»

BTp al test della «spreadonomics». Quali tassi se il deficit supererà il 3%?

Dopo aver toccato i livelli più alti dal 2014 (venerdì) i rendimenti dei BTp sono calati ma restano su livelli di guardia. A quanto ammonterà il deficit che il governo iscriverà nella prossima legge di bilancio relativo alle spese programmate per il 2019? È questa la domanda a cui tutti gli investitori vorrebbero, e quanto prima, una risposta. Fino a che non ci sarà chiarezza sul punto è molto probabile che la volatilità continuerà a farla da padrona. La stessa agenzia di rating Fitch venerdì a mercati chiusi ha lasciato invariato il rating (tripla B, solo due gradini sopra la pericolosa soglia “junk”) peggiorando però l’outlook da “stabile” a “negativo”, esigendo appunto chiarezza sulle intenzioni fiscali dell’esecutivo.

A questo punto è chiaro che tutto ruota attorno al deficit. Sta provando a metterci una toppa il ministro dell’Economia Giovanni Tria che vorrebbe spingere Lega e M5S ad accettare un rapporto deficit/Pil per il prossimo anno sotto il 2%. Se così fosse è probabile che le tensioni sui tassi italiani potrebbero ridimensionarsi. Ma, parole alla mano, gli investitori devono fare i conti con un altro spread, quello tra le dichiarazioni dei vari esponenti del governo (tra chi vorrebbe sforare il 3% e chi no). Di conseguenza, i mercati hanno ricalcolato il “rischio Italia”: lo si osserva ancora meglio dal rendimento del titolo a 2 anni. A inizio maggio, quando non era ancora scoppiata la crisi politica italiana, i BTp a 2 anni offrivano rendimenti negativi (-0,18%). Gli investitori che li acquistavano accettavano addirittura l’idea di dover pagare qualcosina per possederli. Ieri sera invece i biennali rendevano l’1,41%, ovvero 160 punti base in più rispetto a inizio maggio. Queste escursioni al rialzo non incidono sui titoli precedentemente emessi ma hanno impattato sui rendimenti delle aste che il Tesoro ha “battuto” nel periodo maggio-agosto. L’Osservatorio sui conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli ha calcolato che l’aggravio per il bilancio pubblico è di 898 milioni di euro nel 2018 e di 5,1 miliardi nel 2019, per un totale di 6 miliardi.

L’incertezza è nemica dei mercati e questo fa salire i tassi. Ma i tassi sono saliti anche perché nell’attuale caos un punto fermo c’è: per il 2019 l’Italia è avviata a generare un deficit/Pil superiore allo 0,8% indicato nella previsione del precedente governo. Tria, come visto, vorrebbe restare sotto il 2%. Ma non tutti gli esponenti del governo la pensano allo stesso modo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti ha aperto anche all’ipotesi di sforare la soglia del 3% per far partire un grande piano di investimenti in opere pubbliche. Mentre nell’area del M5S sarebbe visto di buon grado un deficit/Pil al 2,9%, il massimo sfruttabile per restare entro il vincolo del 3% evitando la rottura con la Commissione europea.

In ogni caso è chiaro che più salirà il deficit più lo spread tenderà a prezzare il conseguente immediato aggravio dei conti pubblici. Secondo un gestore del fondo Aberdeen, con uno spread intorno ai 270-280 punti, il mercato sconta per il 2019 un rapporto deficit/Pil al 2%. I grandi broker – come rileva Websim - si aspettano che un eventuale superamento del 3% di deficit/Pil spingerebbe lo spread intorno a 470 punti base mentre se si dovesse restare intorno al 3% ci sarebbe solo un modesto aumento, intorno a 300 punti base. Se invece dovesse passare la linea Tria, e quindi restare sotto il 2%, lo spread potrebbe ridimensionarsi intorno ai 200 punti.

Difficile immaginare fino a dove balzerebbe lo spread se il deficit/Pil salisse al 7%. È questa la soglia calcolata da Goldman Sachs che si raggiungerebbe qualora nella prossima legge di Bilancio fosse dato spazio a tutte le promesse elettorali (fra cui flat tax e reddito di cittadinanza). Si tratta ovviamente di calcoli semplicistici e che ad esempio non distinguono tra le varie tipologie di spesa pubblica aggiuntiva che sarebbe generata da un aumento del deficit. Un piano di investimenti pubblici potrebbe a detta di molti esponenti del governo attivare il moltiplicatore fiscale facendo crescere il Pil più del debito.

Un’idea a cui gli investitori non danno credito, più focalizzati sul pericolo di uno scontro con la Commissione europea che attende per metà ottobre dal governo il Documento programmatico di bilancio per il 2019. L’altro aspetto che preoccupa è la fine del sostegno della politica monetaria. A gennaio la Bce non comprerà più nuovi titoli sui mercati aperti (ma continuerà solo a reinvestire su quelli che man mano andranno in scadenza). Intanto ad agosto gli acquisti sono calati a 3,598 miliardi con una riduzione dell’11,6% rispetto ai 4,069 miliardi di luglio, portando il totale a 356,4 miliardi.

Che piaccia o no la “spreadonomics” esiste. I mercati giudicano le scelte dei governi e gli investitori, se non gradiscono, sono lesti a ritirare i soldi.

twitter.com/vitolops

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