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Nuovo assalto della Cina a fondi ed Etf mondiali

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IL DRAGONE E l’INDICE MSCI

Nuovo assalto della Cina a fondi ed Etf mondiali

Pechino va all’assalto di fondi ed Etf occidentali. Lunedì 3 settembre un secondo scaglione di società cinesi “A-shares” (ovvero quelle quotate in renminbi e non in dollari) ha fatto il loro ingresso nell’Olimpo degli indici borsistici mondiali, l’Msci, dopo il primo gruppo di titoli entrato il 1° giugno. La famiglia degli Msci rappresenta un preziosissimo benchmark globale al quale si calcola siano legati circa 12mila miliardi di dollari di asset tra fondi ed Etf. Ma non è tutto: nei giorni scorsi Hong Kong, “finestra” della Cina sulla finanza internazionale, ha cambiato il proprio sistema di compensazione dei mercati obbligazionari, con l’obiettivo di entrare in un altro importante benchmark mondiale, il Bloomberg-Barclays Global Aggregate Bond Index.

Pechino, insomma, diventa sempre più importante per il mondo del risparmio gestito che replica gli indici (e viceversa). L’ingresso nel punto di riferimento mondiale degli indici di Borsa rappresenta infatti un piccolo miracolo per le società del Dragone desiderose di raccogliere capitali freschi dai mercati esteri. In particolare se si tratta come in questo caso di “A-shares”, ovvero di compagnie quotate in renminbi e non in dollari o altre valute estere: in pratica, di società normalmente scambiate solo sulle Borse domestiche cinesi, quelle in cui gli investitori internazionali non si avventurano.

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Non deve ingannare il fatto che le società cinesi pesino solo per lo 0,78% dei panieri Msci: grazie all’inserimento in quelli che sono i benchmark delle Borse mondiali, Citigroup si attende che le “A-shares” cinesi attirino 48 miliardi di dollari di capitali esteri. Più prudente la stessa Msci, che prevede comunque un afflusso progressivo che a regime conterà per 35 miliardi l’anno. Altre stime di gestori statunitensi parlano di un peso delle new entry cinesi che arriverà al 9% dell’Msci Emerging Markets entro i prossimi cinque anni, pari a un incremento di capitale complessivo di ben 230 miliardi di dollari. In ogni caso, come nota da Sydney Eleanor Creagh, strategist di Saxo Capital Markets «l’ingresso delle A-shares è il simbolo di una nuova era di liberalizzazione finanziaria in cui la Cina è una vera protagonista dei mercati globali».

L’inclusione nei maggiori benchmark borsistici mondiali non è peraltro stata semplice. Per tre lunghissimi anni Msci ha sbarrato con regolarità la strada alle “A-shares” cinesi, in particolare per lo stretto controllo del Governo di Pechino sulle Borse locali, elemento giudicato distorsivo del mercato. Le prime aperture risalgono a oltre un anno fa, quando Msci ha riconosciuto gli sforzi fatti da Pechino per consentire l’accesso alle Borse degli investitori stranieri, in particolare sul “Nasdaq cinese”, ossia lo Shenzhen stock exchange.

Certo la seconda economia mondiale deve ancora fare parecchia strada prima di raggiungere requisiti di trasparenza e accessibilità dei mercati paragonabili a quelli occidentali (il che spiega il peso limitato dei nuovi ingressi sul paniere complessivo), ma un primo importante passo è stato compiuto.

«L’inclusione delle A-shares negli indici Msci aumenterà la partecipazione degli investitori internazionali nel capitale cinese - sottolinea Raymond Ma, portfolio manager in Fidelity International - . Nel medio-lungo termine questo aiuterà le A-shares a diventare maggiormente sofisticate, migliorando la propria liquidità, e con valutazioni più legate ai fondamentali che al “rumore” di mercato di breve termine». Queste società probabilmente mostreranno una crescita solida e sostenibile nei prossimi tre-cinque anni, continua Ma, sovraperformando il mercato nel medio-lungo termine.

La “lunga marcia” dell’azionario cinese verso il risparmio gestito è peraltro destinata a proseguire , ha spiegato Henry Fernandez, amministratore delegato di Msci, con il progressivo ingresso nei rispettivi indici anche delle società del Dragone a media capitalizzazione.

Attenzione poi perché la Cina sa manovrando anche sul fronte bond. Qualche giorno fa il mercato obbligazionario di Hong Kong - da sempre catena di trasmissione tra gli investitori occidentali e la Cina - ha annunciato la piena implementazione del suo programma “Bond Connect”: in pratica è stato reso operativo un nuovo sistema di compensazione chiamato RDVP (“real time delivery versus payment”) che permette ai gestori occidentali di raggiungere il mercato obbligazionario cinese “domestico”.

Ma l’obiettivo vero, ben più ambizioso, è poter aprire ai bond del Dragone le porte di uno degli indici mondiali più importanti per il reddito fisso, il Bloomberg-Barclays Global Aggregate Bond Index. E anche se come sottolinea James Woods di Credit Suisse l’impatto sulle obbligazioni cinesi all’inizio sarà limitato, si tratta comunque di un primo passo che conferma come anche la Cina “profonda” stia diventando un asset sempre più importante per fondi comuni ed Etf di tutto il mondo.

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