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Rischio emergenti e guerra dei dazi frenano il petrolio (nonostante…

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Rischio emergenti e guerra dei dazi frenano il petrolio (nonostante uragani, Libia e Iran)

Ora c’è anche un uragano a offrire sostegno ai mercati petroliferi: è Gordon, ex tempesta tropicale, che all’improvviso ha guadagnato forza per puntare dritto verso il Golfo del Messico, cuore dell’industria americana dell’Oil & Gas.

L’allarme meteo – tornato in primo piano dopo un’avvio di stagione tranquillo – si somma ai timori sulle forniture dall’Iran, che a due mesi dall’entrata in vigore delle sanzioni Usa si stanno già riducendo in modo vistoso. Ma le quotazioni del greggio, nonostante un recupero del 10% dai minimi di metà agosto, non riescono davvero a prendere il volo.

Il Brent ieri si è spinto ai massimi da tre mesi, tornando a lambire la soglia degli 80 dollari al barile. E ha persino riguadagnato una (piccola) backwardation: un premio di una trentina di cents per il contratto di novembre rispetto a quello di dicembre. Ma nel corso della seduta il prezzo si è afflosciato, fino a concludere a 78,17 dollari, invariato rispetto a lunedì. Stessa traiettoria per il Wti, che ha superato 71 dollari record da metà luglio, ma ha poi chiuso a 69,87 $.

Gordon minacciava un’area in cui si concentra il 17% della produzione petrolifera americana, ma anche il 45% delle raffinerie. Gli investitori a un certo punto devono aver spostato l’attenzione sul potenziale impatto negativo sulla domanda di greggio, anche se fin da lunedì Anadarko aveva chiuso la produzione di due piattaforme e c’erano rischi anche per il Louisiana Offshore Oil Port (Loop), l’unico terminal marittimo negli Usa in grado di ospitare le superpetroliere.

A pesare sui prezzi, spingedoli addirittura in negativo in alcune fasi della seduta, sarebbe stato secondo alcuni trader un report di Genscape, che indica un accumulo di 600mila barili delle scorte a Cushing, il punto di consegna del Wti.

Ma è probabile che l’orientamento del mercato non sia ancora tornato ad essere unanimemente rialzista, anche se la settimana scorsa le scomesse dei fondi su un rincaro del petrolio hanno ripreso a salire, addirittura con un incremento di 65mila contratti nel caso del Brent, il massimo da dicembre 2016, quando Opec e Russia si erano accordate per tagliare insieme le estrazioni.

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L’Iran senza dubbio preoccupa (l’export da aprile sarebbe calato di ... mila bg secondo i monitoraggi di Bloomberg), così come preoccupa il riaccendersi degli scontri in Libia, anche se per ora non c’è stato alcun impatto sulla produzione di idrocarburi. Ma sullo sfondo ci sono anche altri motivi di allarme, di segno ribassista per i mercati petroliferi.

Fin da questa settimana Donald Trump potrebbe colpire la Cina con ulteriori dazi su 200 miliardi di $ di esportazioni: il periodo di consultazione con gli stakeholders scade domani. E la ritorsione da parte di Pechino stavolta potrebbe riguardare anche il greggio e il Gnl «made in Usa».

Le guerre commerciali in ogni caso non hanno un effetto positivo sui consumi petroliferi, che vengono colpiti in modo diretto (il trasporto di merce si riduce) e indiretto, perché rallenta la crescita globale.

Il rischio è accentuato dalla crisi dei mercati emergenti, che ha fatto crollare le valute di molti Paesi: Argentina e Turchia sono i casi più eclatanti, con una svalutazione di oltre il 30% nell’ultimo mese, ma non sono gli unici. Tra i vari effetti nefasti di un cambio col dollaro troppo debole c’è anche un maggiore aumento del costo del petrolio.

A seconda della prospettiva assunta, le previsioni degli analisti sono molto diverse. Alcuni, focalizzandosi sul breve periodo, restano rialzisti: tra questi, Amrita Sen di Energy Aspects, secondo cui il greggio potrebbe spingersi oltre 90 dollari al barile «nei prossimi due mesi».

Altri guardando più lontano vedono un deteriorarsi dei fondamentali: per Barclays il Brent «avrà probabilmente un prezzo medio vicino a 70 $ l’anno prossimo, perché l’offerta supererà la domanda».

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